STRANGE AUSTRALIA

Taz! Taz! Tasmania!

Aeroporto di Melbourne. Lo schermo dei voli in partenza, nell’attesa dell’indicazione di un gate non ancora definito, esorta: “RELAX”! Siamo in Australia, qui la calma è un way of life.

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Prima di emigrare da queste parti, l’unica cosa che sapevo della Tasmania era che ci abitava una diabolica creatura marrone che si mangiava tutto, mobili inclusi; una turpitudine animata di cui Cristina D’Avena cantava la sigla (qui). Lo odiavo, quel cartone. Non avevo nemmeno troppo chiaro dove si trovasse, la Tasmania. O era Tanzania? Tanto, dal Po in giù…

Scopro dunque che la Tasmania è un’isolona a sud dell’Australia, e ne costituisce uno dei sei stati; che è grande circa quanto un terzo dell’Irlanda, e che sin da quando ci atterri ti sembra di stare in un altro mondo, più precisamente in Europa. Diciamo dalle parti della Scozia.

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È estate ma fa fresco, il cielo spesso si annuvola, piovicchia, poi di nuovo il sole, poi pioggia col sole… la mia notoria insofferenza termica impazzisce del tutto. Non siamo ai livelli delle four seasons in a day di Melbourne, però: per vedere una cosa così folle, dovete per forza venire a Melbourne. E la amereste, come me.

I paesaggi cambiano spessissimo e gli alberi somigliano a quelli alpini, anche se non mancano neanche palme. Strano miscuglio di cose che di solito non vanno insieme. Ci sono spiagge, isole, scogliere a picco; colline, dove i backpackers raccolgono la frutta in cambio di un pezzo di vita in viaggio; montagne dove d’inverno si viene a sciare.

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Pini e palme, tutti insieme appassionatamente

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Tasman Peninsula

Ovini, vacche nere, e uccelli diversi rispetto al Mainland. Gli storni marroni e i pappagallini verdi ad esempio, veri landmark di Melbourne, qui sono assenti. A Hobart, la capitale, le case sono di mattoni, messi su uno a uno, alla vecchia maniera, un dettaglio che quasi mi commuove. Punteggiano tutta la collina verde scuro che affaccia sul mare. Ci sono tracce di una storia un po’ più antica di quella a cui mi sono abituata negli ultimi mesi Down Under, perché i coloni inglesi sono sbarcati prima a Sydney e poi qui in seconda battuta, e altrove solo dopo. Troviamo i resti, non più così sinistri, di una colonia penale che ospitava la feccia della feccia sociale, gli avi degli odierni australiani giulivi che oggi sorridono sempre meccanicamente intonando “Hi, how are you?”. Ma qui persino le persone sono un po’ meno caramellate che nel Mainland. Una gentilezza più sobria e composta, meno artefatta.

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Rovine in Australia! Gaudio @ Port Arthur

Le strade vanno su e giù, come in una piccola San Francisco. Per un europeo è elettrizzante, tutto insieme nuovo e familiare. Le dimensioni meno sconfinate fanno sentire più vicini a casa.

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WP_20171220_18_23_42_ProLepri saltellano nei parchi; una casupola in legno, replica esatta di una costruita al Polo Sud, espone la storia delle spedizioni in Antartide che partivano da qui; poco distante, una capsula del tempo attende di schiudersi in un futuro non troppo lontano.

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Oggetti dall’interno originale della base antartica @ Mawson’s Huts Replica Museum

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Foto d’epoca della spedizione australiana in Antartide (particolare) @ Mawson’s Huts Replica Museum

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Menù del rifugio antartico (particolare) @ Mawson’s Huts Replica Museum

Ci sono anche un museo d’arte stratosferico che si raggiunge solo per nave, seduti su una pecora; e un monte di 1200 metri che veglia sulla città, e che sembra messo lì apposta per salirvi con un pullmino e scenderne sfrecciando giù con una mountain bike a noleggio. E gli arcobaleni! Arcobaleni ovunque.

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Ovini sul traghetto per il MONA, Museum of Old and New Art

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wp_20171220_18_56_52_pro.jpgAffittiamo una macchina e giriamo a caso per l’isola. Sono i viaggi più belli. La sera leggiamo un po’ la guida, le brochures, apriamo la mappa: “Dove vogliamo andare?” “Ti va in questa zona?” “Sì!”. Liberi. Dallo smartphone prenotiamo una camera per la sera dopo, quando ripeteremo il rito. Per campeggiare ci saranno altre occasioni, questo è il primo viaggio australiano da turisti e abbiamo poco tempo.

img_20171222_152631388.jpgLa prima cosa che salta agli occhi per le strade della Tasmania ti spezza il cuore: sono le bestie morte investite. La wildlife, la fauna selvatica, qui è abbondante, ma non ha imparato – e come potrebbe? – che per le strade asfaltate è meglio non passare. I cartelli stradali di avvertimento sono destinati solo agli umani.

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Il primo animale morto che incontriamo è un wallaby, che sarebbe una sorta di piccolo canguro. È il momento di mettere in pratica quello che ho visto fare nei video su Youtube: nella zona non passano altre macchine perciò accostiamo, scendo, lo raggiungo. È freschissimo, dev’essere lì da poche ore. Sorride sereno, come sorridono gli animali. Non dev’essersi accorto di niente, morto sul colpo, ha ancora l’aria di pensare ai suoi arbusti tra i quali saltellare, il musino rilassato. Mosche iniziano a ronzargli intorno. La morte è ancora più perturbante sul volto di qualunque essere, quando arriva senza avvisare. Avverto lo stesso senso di inquietante estraneità di quell’altra volta, quando distesi per terra c’erano degli umani, a sorpresa, e sono stata costretta a vederli, senza capire. Scaccio il pensiero e torno al mio wallaby. Gli scanso una zampa già stecchita e scruto tra le gambe: niente marsupio. Bene. Perché se un marsupiale viene investito, se è femmina è possibile che porti un joey, un piccolo ancora vivo; e allora bisogna fare pressione sul marsupio per estrarre la creaturina, che altrimenti morirebbe (ma non prima di due, tre giorni), e portarla a qualche wildlife sanctuary della zona perché se ne occupino. Vale anche per i koala (che però in Tasmania, parchi faunistici a parte, non ci sono, perché mancano le varietà di eucalipto adatte a loro), per i wombat, per i quoll (piccoli marsupiali pomellati), per tutti quanti. Per fortuna questo è un maschio. La volta dopo trovo un opossum. Stessa cosa. Mascella sfracellata. Niente joey. Dopodiché diventa rischioso fermarsi essendo le strade troppo strette, le macchine troppo veloci. E poi dopo un paio di giorni, tristemente ci abituiamo. Ho visto più bestie morte che vive, anche perché quasi tutte queste specie sono notturne, e di giorno non se ne vanno granché in giro.

In Tasmania ci sono anche penisole, parchi naturali, cascate, foreste da esplorare, e naturalmente mare.

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Un effetto del sale marino, che con i millenni ha “piastrellato” le rocce”

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Dappertutto si fanno escursioni – bushwalking – e all’ingresso dei sentieri spesso un avviso e una tabella ti invitano a “registrarti” quando entri e quando esci: se non esci, qualcuno verrà a cercarti. Anche questo è il bush. A volte, all’ingresso del sentiero sei invitato anche a pulirti le scarpe su una station dotata di spazzole e disinfettante, nella fobia tutta australiana per la contaminazione dei suoli. I tuoi scarponi potrebbero introdurre qualche parassita, non sia mai. Una volta dentro, wallaby saltellanti, lucertole vischiose, formiche velenose, e tanti altri animali che ti osservano a tua insaputa.

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Wallaby

Gli uccelli li senti ovunque ma non li vedi, perché gli alberi sono troppo alti, tanto densi che oscurano il cielo. In lontananza riecheggia il gracchiare sgraziato dei cockatoo, i grossi pappagalli crestati e petulanti che sogno di addomesticare. In nessun luogo naturale mi sono sentita tanto fuori posto, tanto ospite estranea, quanto nel bush. C’è tutta una vita che ti si rivela solo in minima parte, un universo separato, primigenio, a cui tu, umano, non appartieni, e che è pronto ad estrometterti prima che tu te ne accorga.

WP_20171223_10_36_50_ProWP_20171221_16_34_59_ProDormiamo in piccoli villaggi. Nelle locande il piatto forte è l’hamburger di wallaby. Una volta lo assaggio. Normalmente evito la carne, ma qui voglio sapere di cosa sa. Dopo averne visto uno morto, voglio sapere tutto di lui. Dopo, tutti gli altri wallaby che incontro, li richiamo mellifluamente con nomignoli affettuosi quali “buon cibooo!”. Giustamente diffidano. I canguri invece non temono niente e nessuno.

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wp_20171221_14_41_58_pro.jpgLa sera, gli opossum zampettano sui rami degli alberi per osservarti mentre passi. Da lontano risuona la risata satanica dei diavoli della Tasmania, che per fortuna non hanno nulla a che vedere con quello odioso del cartoon, per quanto in effetti si ingozzino alla stessa maniera. Nei wildlife sanctuaries sparsi per tutta l’isola si può assitere al pasto di questi marsupiali (gli unici carnivori), che litigano selvaggiamente tra loro per ingollare un pezzo di animale con tanto di ossa e pelliccia. Non ne rimane niente. Poi si rimettono a sbadigliare (persino sui cartelli stradali sono raffigurati sbadiglianti!) e tornano a sembrare bestiole piccole e tenere. Scopro che in tutto il mondo, solo in Tasmania si trovano ancora diavoli liberi in natura; che sono animali in grado di immagazzinare grasso nella coda; e che, così come i koala sono seriamente minacciati dalla clamidia, loro si trasmettono un tumore facciale (un tumore contagioso, esiste, già!), da cui la maggior parte degli esemplari è ormai affetta. I sanctuaries se ne prendono cura.

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Tasmanian Devil Unzoo

Una delle case in cui passiamo la notte è l’ultima sulla strada verso un parco naturale. Zero umani, il check-in ce lo fa un pavone, con tanto di defecazioni di benvenuto davanti alla porta. Lo prendiamo per un complimento. Due pecore belano insistenti dalla casa di fronte. La notte c’è un silenzio talmente consistente da risultare artificiale, posticcio: si sentono solo i suoni interni del nostro corpo che vive e pulsa, come in una camera anecoica.

Prima di dormire sediamo al buio nel prato, bevendo una birra locale. Guardiamo in alto e stiamo in ascolto. Mai e poi mai ho visto così tante stelle. La fissità degli astri mi colpisce sempre come un fatto illogico: com’è che non si muovono, che non fluttuano, come le nuvole, come in un acquario? Perché non si staccano dal cielo, come fanno a mantenere quei rapporti spaziali invariabili? Almeno una che se ne andasse a spasso per conto suo, che dicesse “Beh, io vi saluto, ci vediamo domani, stessa ora”. E invece no, se ne stanno lì completamente fisse. È la pace più totale, ma anche un momento tanto effimero rispetto a tutta la vita. O è tutta la vita ad essere effimera? Chiedo ad A. se valga la pena di stare al mondo, pur ignorando cosa ci facciamo. Mi risponde subito di sì, e la sua mancanza di esitazione mi rassicura ancora di più dell’immobilità delle stelle.

Il ritorno alla vita reale è attutito dalla schermata dei voli all’aeroporto di Hobart. È la sera del 24 dicembre. Un volo in arrivo è previsto per mezzanotte, poco dopo il nostro decollo: compagnia aerea di Babbo Natale, provenienza Polo Nord. Ho ho ho!

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13 risposte »

  1. Ma sai che alcuni scorci della Tasmania mi hanno ricordato il sud del Cile? Sarà che tra estremi del mondo si somigliano 🙂 i diavoletti della Tasmania sono carini e inquietanti allo stesso tempo!

    • Saranno le estremità, sì! Ho visto nel tuo post che anche là a quanto pare abusano del termine “of the Southern hemisphere” per i loro record 🙂
      I diavoli sono bruttini ma io li amo molto, vedessi che casino fanno quando latrano! 😀

  2. Mi hai riportato alla mente un sacco di ricordi della mia settimana in Tasmania! Solo una settimana, troppo poco tempo per godersela al meglio. Dormivamo in macchina e faceva un freddo tremendo pur essendo gennaio. Avevo su la felpa dell’Australia che ho su in questo momento! Ahah vabbè, a parte questo a me la Tasmania è piaciuta tanto! Come dici tu, un tocco di Europa in un luogo comunque tutto australiano. Il più grande rimpianto è quello di non aver visitato il MONA!

    • Io ci sono stata anche meno di una settimana, e in effetti sì, era dicembre e faceva piuttosto freddo la sera! Quanto al MONA (che è degno dell’Europa, non potevo crederci 😍), vorrà dire che ci andrai la prossima volta 😉

  3. Ciao Lucy,
    che racconto incredibile! Non intendo solo quello di questo viaggio in Tasmania (anche io ho pensato subito al cartone animato anni ’80) ma tutto quello che ti è successo. Ero curiosa di capire chi fossi e ho curiosato sul tuo blog e insomma, vorrei mandarti un abbraccio perchè non riesco proprio a dire altro. Ti seguo con affetto, sul serio.

  4. Ciao Lucy,
    mi hai incuriosita con questo post sulla Tasmania (e anche io ho pensato subito al cartone animato di tanti anni fa), poi ho sbirciato sul tuo blog e ho scoperto la tua storia… sono rimasta a bocca aperta. Per il tuo coraggio, per la voglia di condividere l’esperienza terribile che hai vissuto e per come hai ripreso in mano la tua vita. Ti seguirò con affetto. E ti abbraccio,
    Misa

  5. eeee come darti torto? il silenzio che ho vissuto in Tasmania, le pause che vi sono dettate dalla natura sono idescrivibili. La Tasmnia mi ha rubato il cuore e nulla per ora è stato in grado di essere al pari!

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