STRANGE AUSTRALIA

Come bovini nel recinto: la visita per la permanent residence. Immigrare in Australia, ricordando Ellis Island

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Che non ci sia feeling è evidente già dallo sguardo coriaceo e inanimato della dottoressa-rettile, che attende sulla soglia dello stanzino-recinto.

Mi porge una mano bianchissima, faccio per stringerla ma lei sgrana gli occhi e arretra sgomenta, col viso germanico tutto irrigidito. Credo di doverne ricavare che a me spetti offrire solo la mia cartellina medica, non il mio arto di Homo Sapiens educato e a sangue caldo.

Mentre io e A. veniamo scrutati e auscultati a turno, cerco di mettere a fuoco dove ho già visto ripetutamente quegli stivali neri alti alti, con i calzettoni fin su, e quel modello di gonna grigia, dritta e stretta… poi mi sovviene: nei documentari sui nazisti. Di bene in meglio.

Pur contando sulla mia salute fisica, temo ugualmente che la nostra inespressiva inquisitrice, che sospetto robotica come quel personaggio di Alien che a un certo punto impazzisce e viene fuori che è un androide, possa decidere che non le andiamo a genio in quanto portatori di tessuti e fluidi umani, e di spedirci alle docce. È il culmine della procedura e del mio scetticismo, ma presto saremo fuori, liberi di aggirarci per i verdeggianti pascoli australiani senza più data di scadenza, intonando un muggito di vittoria.

In questi casi, i miei pensieri tornano sempre ad uno stesso posto, questo:

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Alla fine del 2015 ho visitato Ellis Island. Ero ancora in piena dissociazione da stress post-traumatico, perciò non ricordo quasi nulla di quei giorni in America, se non un vento gelido che faceva pendant con il ghiaccio che avevo sulle emozioni, uno sfondo di luci artificiali che come me non dormivano mai, e una Statua della Libertà che si rifiutava di rispondere alle mie domande. Però, sull’isola dell’immigrazione mi sono emozionata eccome, ne ho persino dei ricordi.

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Già allora sentivo che prima o poi sarei finita a cercare fortuna chissà dove, con modalità più impegnative di quelle con cui ci si sposta dentro Schengen, perciò ero ancora più incuriosita dalle vicende dei precursori. E poi, da noi si è sempre fatto un gran vociare contro le persone che arrivano; io invece volevo tenerlo ben presente che i nostri antenati erano stati anche loro quelli che un bel giorno, da qualche parte, erano appena arrivati e venivano spulciati, censiti, convogliati. Sapere di certe donne sbarcate ad Ellis Island sole e senza parenti, che dovevano per forza sposarsi con qualcuno, anche uno a caso direttamente lì sull’isola, per poter entrare negli States, avrebbe fatto piuttosto ridere, se solo non fosse stato vero.

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Il mio ingresso in Australia è avvenuto comunque da privilegiata (ne parlavo qui). Bianca, caucasica, in coppia, un buono sponsor, un buon passaporto, la certificazione linguistica. Normalità non scontata, soprattutto oggi. Non proprio come un capo di bestiame col pedigree, ma quasi.

Ma come si converte il visto da temporaneo a permanente?

In primis, ci si allena per il test di volontà, dal momento che la malefica burocrazia governativa compie tutto quanto in suo potere per scoraggiare i richiedenti. Come se non fossero nati proprio così, gli australiani, un minestrone con gli ortaggi importati e il prezzo del discount.

Eppure già da quando il Paese era appena un infante, comparve la norma paradossale del literacy test – un test linguistico, un dettato in una tra le lingue europee, dove quindi se eri cinese, mettiamo, non potevi neanche attaccarti al tram perché non era ancora stato costruito, e te ne restavi direttamene a casa.

Oggi non è più proprio così, né come a Ellis Island quando ci si metteva in fila per il controllo dei pidocchi, ma una certa rassegnata attesa bovina va comunque messa in conto. Anche oggi, per restare non conta chi sei e cosa vuoi, solo quello che hai da offrire. Perché a quanto pare non siamo pensieri, idee, amori, visioni del mondo; sopra ogni cosa, siamo carne e sangue. Da cui la visita medica. E secondariamente, portafogli da spolpare. Un bel business.

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Ma prima, al povero applicant tocca elargire enormi forchettate di fatti propri su decine di moduli, chiedendosi perché mai abbia osato uscire dall’utero materno se poi tutto si rivela questo mastodontico accollo. La propria vita va dettagliata con cura, incluso dove si è abitato tra la primavera del 1985 e l’inverno del 1991 e perché si è stati inoccupati per un mese nel più recente 2004. Solo per ricostruire tutti i miei cambi di domicilio a Parigi ci ho messo due sere: il monolocale col topo conta come domicilio? E l’hotel de passe col bagno sul pianerottolo e la fermata del bus praticamente dentro la stanza? Devo dichiararli? La cosa più frustrante è che per dare alcune risposte avrei voluto spiegare dall’inizio come funziona l’Italia, e il perché di tante cose che uno ha fatto e che non risultano. Mestizia.

Intanto si sono richiesti, ricevuti dall’Europa e fatti tradurre i certificati giudiziari comprovanti che non si è delinquenti (o che almeno non ci si è fatti scoprire!); dopodiché si paga, tanti, tanti dollari, l’estrema beffa dato che già alla richiesta del visto si gettano al vento 3700 gocce di sangue a persona; e finalmente si accede alla famigerata visita, quando ormai non ci si ricorda nemmeno più il perché lo si sta facendo e si sarebbe disposti ad entrare in criogenesi pur di finirla lì.


L’ultima tappa è dunque l’ambulatorio, dove per combattere l’angoscia da vivisezione visualizzo me stessa come una mucca che si dirige alla conta. Appena qualcosa mi infastidisce, muggisco interiormente in segno di protesta.

Insieme ad A. mi faccio largo tra filippini e malesiani disagiati quanto noi. Ci viene chiesto se vogliamo un medico donna, uomo, più eventualmente un interprete o uno chaperon (l’avrei voluto solo per il nome!). Entriamo insieme, come family. Armadietto, spogliatoio, camice ospedaliero azzurro, attesa, spersonalizzazione. Stringo la sua mano per assicurarmi che siamo ancora io e lui, due individui, due storie, al di là del numerino.

Il censimento bovino dura un’ora. Lastra al torace, pipì nel barattolo, no non sono incinta, sì so cos’è l’HIV, prego prenda pure il mio sangue, faccia pure come se non ci fossi. Muuuuu! Poi ovviamente la pesa dei bovini, la misurazione, la pressione, le letterine piccole piccole da leggere, “H-N-X-O-D-Z” (M-U-U-U-U!), ormai sono persino pronta a mettermi a parlare in russo o a cantare Cristina D’Avena, qualunque cosa purché la smettano di studiarmi. E infine questa dottoressa-rettile, che quando distribuivano l’empatia, lei quel giorno era andata a farsi la plastica facciale per diventare totalmente asettica.

Mi esamina, mi palpa, mi tocchiccia qua e là come se stesse studiando una cesta della frutta finta. “Hai mai sofferto di questo? E di quest’altro? Sei mai stata in psichiatria?”

Eccoci. Come glielo spiego il perché sono stata al pronto soccorso psichiatrico? Perché a scriverlo sto imparando, ma a dirlo agli sconosciuti ancora no. “Dai, marchiami e facciamola finita”, penso mentre racconto riluttante di Parigi e del mio farmaco. Lei fa “oh”, vuole sapere se sarò un peso per la società. “Ma hai pensieri suicidi?” “Hai fantasie di farti del male?”, muggisco forte e dico no, con lo stesso entusiasmo posticcio di quando stai atterrando negli USA e devi barrare NO, non ho affiliazioni col nazismo, non sono mai stato coinvolto in operazioni di genocidio. Dico no, dunque; ma non so bene se invece, per errore, non abbia piuttosto muggito ad alta voce e detto “no” nella mente.

Usciamo di lì che sono le tre del pomeriggio e ce ne andiamo direttamente a bere. Chissà poi se i 3700 dollari a testa serviranno: la richiesta del visto potrebbe anche venire rifiutata, non si sa mai, e i soldi mica li ridanno indietro. Volpi!

Ma io oggi sono ottimista e perciò lo scrivo: se tutto va bene, tra una manciata di mesi non dovrò più preoccuparmi di non poter restare sempre qui con Lucy.


Qualche altro ricordo di Ellis Island:

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[Tutte le foto di questo post sono state scattate al Visitor Centre di Ellis Island. Con un telefono sfocato quanto le mie percezioni di allora, sorry!]

 

60 risposte »

  1. Sei forte, ma temo che cantare come Cristina D’Avena avrebbe comportato la deportazione in qualche similar campo di concentramento 🤣🤣🤣
    La domanda è: ma che cavolo ci fai in Australia? Avresti avuto un futuro assicurato qui in Italia come cabarettista 🤣🤣🤣

    • Ahah no, te l’assicuro! 😂 Mi sa che hai ragione su Cristina D’Avena, per me rimane un idolo quindi tendo a giudicarla acriticamente, ma in effetti… 😅 Comunque in origine siamo venuti qui per una proposta ad A. capitata al momento giusto, quando eravamo assai disagiati e volevamo ricostruirci una vita normale e lontana da brutti ricordi. È capitato un po’ per caso insomma 😊

    • Che poi forse la tua era una domanda ironica a cui ho risposto sul serio, perdono, è l’una di notte e sono fusa 🙏😅

        • Ahah ma davvero? Beh ci sono cresciuta con quelle sigle, le amo tantissimo! 😀 Anche per questo quando mi ricapita di vederla in foto o in video oggi, mi viene un’amarezza… troppo botox e sostanze sospette, secondo me 😀

        • Mah, diciamo che a undici anni avevo un piano preciso per i miei anni più tardi: starmene su una sedia a dondolo con il gatto in grembo a riguardare dalla prima all’ultima tutte le puntate di Holly e Benji. Credo valga anche ora come ambizione 😂

        • Invidio chi ha le idee chiare, qualunque esse siano. Io non ho mai saputo cosa volevo fare, non lo so neanche adesso che la vita mi sfugge da sotto i piedi. Ho fatto un po’ di tutto, non ho mai avuto una meta precisa, un po’ sbandata, un po’ bohemiene e poi più in là con una figlia da amare e mantenere tra mille difficoltà. Ma adoravo leggere libri di favole, quando ero piccola c’era il televisore in bianco e nero ed un solo canale.

        • Ma nemmeno io ho le idee chiare, giusto qualche dettaglio qua e là 🙂 E va bene così! 😉

        • Hai preso la decisione di andare in Australia, questa è un’idea ben chiara. Io l’ho pensato mille volte ma non l’ho mai fatto

        • Avrai di sicuro preso altre decisioni importanti 😉 Che poi per me questa non è stata una cosa architettata, è capitato e ho risposto “perché no?”, che secondo me è una domanda che funziona meglio del “perché?”

  2. io ho fatot richiesta di residenza in repubblica dominicana e su molti aspetti il trattamento è molto simile.. noi passavamo avanti perchè bianchi, in coppia e io incinta, ma c’erano comunque altre donne incinte ma haitiane o comunque non “gringas” e dovevano aspettare ore sotto il sole cocente ammassati come animali :/

  3. Mi fai morire…. Quindi un sacco di dollaroni e non si sa nemmeno l’esito certo???? Porca vacca… Ma gli stivali nazisti me li sono immaginati bene…. Spero con voi perché da lì coi tuoi articoli e foto mi dai un sacco😍

    • Sei adorabile <3 Sì sì guarda, è davvero così. Tu paghi tutto in anticipo (e questa visita costava quasi 400 dollari a persona!), però se per qualche motivo non risulti idoneo ti mandano indietro solo un "no" e tanti saluti! Anche per questo uno fa tutto nell'ansia! Però dai, sulla carta non dovrebbero esserci motivi per un no, siamo fiduciosi, si tratta solo di sapere quanti mesi dobbiamo aspettare ^_^

    • Grazie Claudia!! Non vedo l’ora guarda, ho rinunciato a diverse cose finora perché non mi andava di pagare il doppio o il triplo solo perché non avevo il visto giusto!!

  4. Di fronte alla tua determinazione non posso che togliermi un metaforico cappello.
    Di solito non ho il benché minimo spunto patriottico, ma mi piace l’idea che qualcuno con cui condivido lingua e cultura possa andare fino agli antipodi e dimostrare che i luoghi comuni e i pregiudizi bisogna buttarli nel cesso.
    Spero per loro che tu possa restare lì: hai molto da insegnargli.

    • Ti ringrazio tanto!! ^_^ Spero tanto di poter restare, magari non vorrà dire per sempre (anche perché spero che la vita sia lunga) ma almeno avrei la libertà di decidere! Per non parlare del fatto che accedere a tante cose (servizi, istruzione…) con un visto temporaneo è molto più esoso :-/

  5. Ciao, mi ha colpito questo post, non pensavo che esistessero ancora controlli sanitari di questo tipo… Io non ho in programma di trasferirmi in Australia, ma visto che ho l’artrosi, la mutazione genetica della trombofilia (non è uno cosa inventata 😉 ), e sono sovrappeso penso che non mi vorrebbero nemmeno loro!

    • Ciao Letizia! Nemmeno io me l’aspettavo, ma per la permanent è così (mentre per il visto temporaneo che ho adesso è bastata un’autocertificazione). E noi italiani siamo anche fortunati perché di tutte le visite in elenco dobbiamo farne solo alcune (chi viene da alcuni paesi considerati a rischio deve farne più del doppio!). Qua sono tanto severi, vogliono rimanere il Lucky Country che sono quindi gli ingressi di qualunque cosa, dai beni alle persone, sono strettamente regolamentati. Bah! Però almeno non ho mai sentito che il sovrappeso, anche forte, in quanto tale sia considerato un problema 😉

  6. Lo sai che il primo dottore che mi ero scelta qui in Germania non stringe la mano ai pazienti, ma saluta da lontano? C’è anche un bel cartello che ne spiega i motivi igienici in sala d’attesa. Quindi nel momento in cui ho letto la descrizione della dottoressa ” viso germanico, irrigidito, inespressivo..” mi è venuto in mente lui. Niente stretta di mano ( e vabbè voglio capirti), ma zero sorrisi dal medico di famiglia proprio non potevo accettarlo e ho cambiato ^_^ . Tutta la mia solidarietà per la visita. Vedrai che andrà tutto bene. Te lo auguro veramente e te lo meriti.

    • Addirittura il cartello? Ahh! Ma non capisco il senso di non stringerti la mano se poi tanto te le deve mettere addosso ovunque, esaminarti occhi naso e orecchie da vicinissimo… e ha paura di una stretta di mano? Uhm ok! 😀 Hai fatto bene a cambiare, il medico di famiglia non empatico è tremendo. Ti ringrazio molto per questo messaggio <3 L'ok dal centro medico è già arrivato, ora tocca solo aspettare! Baci e buona domenica in Germany!! :)

  7. Dunque quale responso avete avuto? Siete Alieni o reali dal sangue blu? Comunque se non mangiate Hungry Jack e Vegemite e non avete un eccesso considerevole di grasso corporeo non potrete essere considerati australiani, geneticamente parlando! Per le birrette invece penso possiate passare il test, da bravi italiani tenete alto l’onore 😉

    • Due giorni dopo era già arrivato il responso, tutto ok… Nessuna traccia di Hungry Jack e Vegemite nei fluidi coporei 😀 Per la birra italiana ammetto che potremmo fare di meglio, ma sai, l’età! 😀

  8. “gli australiani, un minestrone con gli ortaggi importati e il prezzo del discount”: sei troppo forte! Ma come ti vengono certe battute? Comunque qua in Italia c’è chi con battute simili alle tue ci scrive romanzi e ne vende a carrellate! Vabbè lui è uno dei conduttori del Ruggito del coniglio di Radio 2 , ma a te non ti manca niente per essere al suo pari, o anche meglio!!

  9. In bocca al lupo! E tanta empatia: giusto domani vado a prendere appuntamento e informazioni per richiedere la cittadinanza tedesca. Tempi di attesa biblici grazie, pare, alle frotte di britannici che dopo Brexit si sono precipitati in massa a richiedere la cittadinanza…

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