SIX FEET UNDER

“Non ero io quella con i kalashnikov!”

Ormai conoscete il mio wombat Lucy, le sue zampette artigliate, il suo scavare sottoterra e girovagare qua e là nei tunnel.

Lucy incarna la leggerezza che mi serve, la noncuranza verso le complicazioni e la gioia di esplorare il mondo per puro istinto vitale. Lucy ama la luce del sole, ma si sente a casa anche là sotto, nel buio. Sa cosa c’è lì e lo accetta.

Spero di riuscirci anch’io, un giorno.

Io e Lucy sappiamo che lì sotto da qualche parte, tra una radice e una pietruzza, c’è anche qualcuno che non ci dovrebbe stare. Lucy è troppo primitiva per questi ragionamenti (beata lei), ma io no, e quindi faccio quello che è in mio potere per combattere l’ingiustizia – porto questo qualcuno con me, come posso. Di tanto in tanto lo chiamo e lo porto a fare un giretto.

O meglio la chiamo e la porto, ché questo qualcuno ovviamente è una lei. E ha un bel nome, ma non per questo lo scriverò.

Non so molto di lei – non la conoscevo di persona –, ma quanto basta per sapere che era fantastica. Che dovrebbe essere ancora qui. Che per nazionalità e percorso di vita era più simile a me di tutti gli altri, solo che quella sera, in cui cercavamo solo un po’ di spensieratezza, a lei è andata peggio. E così a volte la faccio comparire un pochino accanto a me, pacatamente. È la mia rivolta. Non riesco ad essere arrabbiata – vorrebbe dire essere travolta da una slavina di rabbia infinita che mi annienterebbe in un istante; e allora il cervello, per proteggermi, mi seda, mi scherma. Crea giusto un’immagine aggraziata e un sorriso luminoso.

A volte mi convinco che dovrebbe starci lei, qui al posto mio. Ma ho fatto abbastanza psicoterapia, da sola e in gruppo, per sapere che è un pensiero normale, difficile da contrastare. Sono stata aiutata a tenere ben presente che non è colpa mia, perché come ben riassunse una di noi durante una seduta: “Non ero io quella con i kalashnikov!”. E ciononostante ogni tanto mi sento uno schifo lo stesso, con i miei tunnel dispersivi e non conclusi, il mio stagnare, il mio “potrei fare di più”.

Nei momenti in cui vivo qualcosa di particolarmente intenso, lei compare con delicatezza accanto a me. Nella mia testa le mostro quello che sto guardando, e so che lo apprezza e che sorride. Sin da quando ho saputo di lei ho deciso che l’avrei portata con me in viaggio, in giro per il mondo. L’ultima volta che ho visto la Statua della Libertà, l’ho guardata con lei. E il suo ricordo mi esorta a non smettere mai di dubitare, di farmi domande, di restare vigile. Era con me quando me ne sono andata a cercare una tregua tra le pecore irlandesi, quando leggevo messaggi di pace su un muro una volta costruito per odio, quando sono salita sulla mia prima cima di una montagna e ho guardato giù. Quando ho osato tornare a mescolarmi alla folla, tremante di angoscia, ed è spuntato un arcobaleno. Quando sono corsa giù da una duna di sabbia con la stessa foga di un cane lasciato per la prima volta senza guinzaglio, e quando in Scozia ho trovato l’oblio di parole cattive. Quando a Lisbona mi sporgevo dal finestrino del tram per sentire il vento e sbalordirmi, quando abbracciavo le mie amiche a Praga e piangevamo insieme salutandoci, quando me ne sono andata più lontano. Quando ho visto l’alba viola nella strada sotto la nuova casa; quando ho constatato con i miei occhi che al mondo i koala esistono davvero – e che ricominciare è possibile, almeno finché respiri ancora.

A Parigi però non ce la voglio portare. Solo cose belle.

Davanti a una visione libera e incontaminata, le sussurro “ecco, questo è anche per te”. Non so a cosa serva, è dura cercare un senso, ma cerco di fare del mio meglio. È il mio modo per non dimenticare.


Alcuni posti dove l’ho portata

 

 

 

 

 

 

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