SIX FEET UNDER

Snow under the sun

In Europa fa freddo e nevica. Quaggiù invece è estate, e sull’albero di fronte al mio balcone si posano uccellini marroni. Arrivano, cinguettano, ripartono, ogni giorno dall’alba al tramonto. La loro presenza e operosità mi rasserenano. In Australia, in questo mondo soleggiato e rarefatto, ho ripreso a sentirmi al sicuro, almeno un po’, e a voler fare qualcosa di buono, più di prima.

Eppure…

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Il mondo si avvelena e si sgretola a tal punto che non riesco a non sentirne l’infinito onere sulle mie minuscole spalle. Non so più tracciare il confine tra me e gli altri, e un malessere mi schiaccia senza tregua.

È questo l’essere adulti? O soffro solo di un eccesso di empatia? E come si cura?

Ho il cuore spezzato, non da un’unica crepa sorda come ci si immagina che il cuore si frantumi, ma da mille minuscole, ramificate incrinature che si estendono ogni giorno, lentamente e inesorabilmente, in un dolore tanto sotterraneo quanto aspro. Forse è così che si invecchia e che alla fine si toglie il disturbo. Che la decadenza avrà tutto e anche noi. Meglio ora o meglio prima, nel culto delle magnifiche sorti e progressive? O meglio da piccoli, nell’insouciance? Meglio da uccellini sui rami?

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Abito in un appartamento con una camera da letto in più. Perché a me è dato di avere addirittura un locale che non uso, mentre ad altri solo una panchina, una tettoia? Perché non mi prendo qualcuno in casa, qualcuno che non ha dove stare? Perché anche io sono come troppi, ho paura di quello che non conosco, preferisco il comfort del mio orticello, e che la mia seconda stanza rimanga inutilizzata. Ho paura di espormi al disagio altrui, ho paura che potrei farmi coinvolgere troppo e perdermi. Ho anche paura che questa sia un po’ una scusa. Ho sempre sognato di fare volontariato con gli ultimi, quelli che non hanno niente, eppure sono sempre finita a farlo in altri contesti, più protetti e meno sconfortanti. Volontariato per cucinare i pasti a dei ragazzini. Volontariato durante i festival. Volontariato per vegliare sui pinguini (sì, in Australia c’è anche questo). Volontariato per invogliare i vecchietti a deambulare. Volontariato per raccogliere fondi per la ricerca; per vendere il caffè equo e solidale. A pensarci è tutto così hippie. Volontariato per allungare il curriculum. Qualcuno direbbe che va bene comunque, ma per me no. Vorrei andare là fuori e sporcarmi le mani per spalare un po’ di merda, quella vera, ma ne ho troppo timore. Da sempre sogno di imparare a stare sulle ambulanze e ad aiutare la gente a sopravvivere, ma poi mi dico, è davvero quello che voglio? Star lì a vedere la gente crepare? È una cosa adatta a me, riuscirei a non uscirne annientata? E cancellerei forse le immagini di tutti quei morti che ho visto in una sola sera della mia vita, e che ancora mi perseguitano? È questa la soluzione?

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E così mi limito al mio volontariato radical-chic per dare il benvenuto alla gente che al porto sbarca dalle navi da crociera: “Welcome to Port Melbourne! Posso aiutarla? Le servono informazioni?”. Perché chi sbarca altrove, da imbarcazioni ben diverse da quelle da crociera, non ha diritto allo stesso trattamento? Perché esiste gente che si augura lucidamente, senza pudore né vergogna, che quei barconi affondino? Mi sento come la popolazione di tutta una Germania che nel passato non si oppose. Perché quello che sta succedendo in troppe parti del mondo è uguale, o peggio. Ci sconvolge solo quando pecca di hybris arrivando fin dentro “casa nostra”, quando la gente muore ammazzata durante un concerto in una capitale europea. Ma questo non è niente. Mi perdo in domande scomode.

Cos’è peggio: una vita umana falciata, o un vortice di rifiuti che galleggia nel Pacifico? Un ostaggio ucciso, o cinquanta prigionieri pericolosi liberati in cambio del suo rilascio? Come vivere in un mondo che esige queste risposte? Non mi rassegno a tanta arte, meraviglia, pensieri di infinito e crudeltà, tutto insieme in una sola specie. Se scomparissimo tutti sarebbe catastrofico e bellissimo. L’estinzione equa e solidale.

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E poi, perché sono quasi sempre uomini a premere il bottone della distruzione? Noi donne ne saremmo capaci? O il potere logora sempre e comunque? Un essere umano dotato di utero sarebbe altrettanto aggressivo, al comando?

E perché riprodursi, ancora e ancora? Per seguire quella scintilla biologicamente programmata, quella scintilla che una volta la natura ha acceso anche in me, a sorpresa, quando cercavo di sfuggire a una morte improvvisa e violenta e sono stata trafitta dal pensiero-lampo “se mai sopravvivo faccio un figlio, e sarà libero, e non dovrà mai vedere una cosa del genere”? Perché? Perché si stia tutti ancora peggio?

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Sono arrivata a pensare che questo sia il peggiore dei mondi possibili. Sapere di appartenere alla sua parte più fortunata non mi consola. Estensione del meccanismo psicologico del senso di colpa del sopravvissuto? Da quella sera in cui per miracolo non sono morta, ho promesso che avrei vissuto degnamente; ma come essere all’altezza di tutto quello di cui c’è bisogno?

Oggi guardavo “50 foto che hanno cambiato il mondo dei diritti umani” (a questo link). Ma non ci vedevo delle immagini luminose e piene di sfida rivoluzionaria a un vergognoso status quo. Ci trovavo piuttosto le ingiustizie, i soprusi, le tragedie, solo questo. Sono diventata pessimista? Si può guarire?

In Europa fa freddo e nevica, ma anche qui dentro di me, in silenzio.

[Snow photos: Pexels]

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