SIX FEET UNDER

Sea Life. Simbionti ed epifanie

Che la bellezza salverà il mondo non lo credo più da tempo. Credo semmai alla plastica oceanica e alle scorie sotterrate, al profitto e al pesticida, al senzatetto e all’ecomostro, al petrolio fuoriuscito, ai detriti stellari e alla nostra sconfitta. E al wombat.

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E ciononostante la bellezza non dorme affatto, ma veglia da qualche parte sott’acqua, su un fondale corallino. Ama girarti intorno, acquattarsi e spiarti di nascosto, esaminare con perizia le tue orme, imparare le tue abitudini di navigazione e di caccia. Conosce i tuoi scarti, ti sottrae i tuoi detriti per farne un intarsio di perla e di opale, che poi torna ondeggiando per offrirti, con fare vittorioso e magnanimo, autocompiaciuto ma sempre nonchalant.

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Cabanel, “La Naissance de Vénus”

La bellezza si infiltra goccia dopo goccia attraverso le tue fortificazioni, per riapparire all’ultima ansa di un percorso predeterminato, che tu stesso hai voluto progettato per te da altri, come le corsie di un supermercato, perché fosse più semplice, perché potessi distrarti durante la traversata. E lei a sorpresa eccola lì, con la sua scia di spuma subito prima della fine del tragitto, dietro una colonna vivente baudelairiana, che non ti aveva mai perso di vista; un po’ piccata, perché stavi scivolando via diritto senza scorgerla, lei che galleggiava lì per te e per nessun altro, delicata e volubile ma all’occorrenza tenace, ben salda e inestirpabile, ostrica allo scoglio. Ostinata e inesorabile come la morte a Samarcanda, di cui è parente stretta, la cugina allegra che già da bambina si metteva il costume a due pezzi, il rossetto e si faceva i boccoli.

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Degas,La Sortie du bain”

La bellezza ha il gusto giocoso della sfida. E quando si sente chiamata in causa, non le resta che riemergere, indossare con una calma ben studiata quel suo sorriso da Monna Lisa e la sua vestaglia svolazzante rosa antico, e palesarsi fingendo di passare lì per caso, per rinfrescarti la memoria con una ventata di brezza salamastra. Intuisce che stai per posare gli occhi su di lei e già si inorgoglisce, sussurrando divertita tra sé e sé il suo spensierato, trionfante marchio di fabbrica:

 Bitch, please”.

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Ma cominciamo dall’inizio.

Era un momento un po’ così, stagnante e acquitrinoso, di quelli in cui rifletti uggiosamente sulle incongruenze che ti sommergono. Inezie, normali bollicine di poco conto tra le quali però talvolta, in giornate particolarmente paludose e ipersensibili, annaspi con bracciate scoordinate. Piccoli dettagli, ma capaci di inabissarti con la forza di un’onda anomala. Come il semplice incontro con qualcuno che non ti saluta quando invece dovrebbe.

Perché qui in Australia tutti sono gentilissimi e fin troppo amichevoli, a partire dal cassiere del supermercato che ti chiede sempre come stai e com’è andata la tua giornata; e però ogni tanto, in determinati spazi di stretto contatto quali ad esempio un ascensore, inspiegabilmente diventano glaciali e al limite dell’ostilità. Non salutano né rispondono ai saluti, come fossero in apnea, e io non me ne faccio una ragione. Nei palazzi non ti parla nessuno, mai, nemmeno se sbarcate sullo stesso pianerottolo, remate insieme per un pezzo di corridoio e approdate in due appartamenti adiacenti. Mai. Roba che se potessi indossarla io, la vestaglia rosa antico della bellezza, gliela farei vedere eccome: con una rapida, netta visione d’acquamarina li ridurrei in lacrime di commozione, e la volta dopo sì, che saluterebbero tutti, radiosi, dopati. Sarò strana, ma spesso sono piccoli dettagli come questi a sottrarmi ogni ossigeno vitale.

Essendo però nata sulla terra e non sotto al firmamento di una conchiglia, per distrarmi dalle illogicità della mia specie mi decidevo per una delle cose migliori che ancora ci restino: andare a spasso.

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E poiché cercavo appigli, reti che mi ripescassero, ho optato per una visita al Sea Life. Perché con i pesci non mi sarei posta il problema dell’interazione, non avrebbero finto di interessarsi stucchevolmente a me sul lavoro per poi non calcolarmi qualora ci fossimo incrociati scendendo a buttare la spazzatura.

E anche perché La Sirenetta era la mia principessa Disney preferita, da cui ho tratto l’insegnamento di una produttiva tecnica di sopravvivenza: richiamare a me gli altri con la mia voce. E funziona, anche se la mia voce è scritta.

E infine perché una volta, durante un workshop di un tetro e a suo modo catartico evento chiamato Festival of Death and Dying (wtf), dove appena arrivata a Melbourne mi proposi mea sponte (wtf!) di collaborare come volontaria (wtf!!), dovevamo immaginare quale décor avremmo voluto che ci circondasse in una ipotetica camera della morte (wtf!!!), e al mio turno io risposi: un acquario.

Sembrava quindi la mossa perfetta per risollevarmi dall’afflizione.

E così, dopo aver pagato un biglietto salato come l’acqua del mare, mi trovavo a deambulare docile lungo i meandri del percorso guidato, tra un “ambiente” e l’altro di quest’attrazione ben rodata, di quelle moderne come se ne fanno adesso, ingombranti, mastodontiche; con mille livelli, vasche oceaniche, interattività per i più piccoli, pacchiane photo opportunities sin dall’ingresso, e ovviamente il passaggio obbligato per l’enorme gift shop al termine del giro, dove avevo già previsto di tuffarmi prima di risalire definitivamente in superficie.

Non volevo sorprese né colpi di scena, volevo solo usufruire appieno della mia attrazione – termine volgare da turismo globalizzato, da agenzia di viaggi –; la volevo liscia e senza intoppi, contavo di riuscire a guadare il tutto incolume, lasciando i pensieri starsene un po’ in ammollo.

Mi promenavo quindi per gli stagni muschiati della rainforest, per i tunnel sottomarini da cui osservare gli squali martello e le mante giganti, per gli oblò in cui infilarmi in posizioni cubiste e spiare i pesci da angoli inattesi, per la gabbia con dentro i sub in training, la cui vista accentuava di riflesso il mio voyeurismo assetato.

Ero persino riuscita a guizzare e sbirciare dentro gli spazi chiusi al pubblico dedicati alla riabilitazione di alcuni animali, quelle grotte preziose che esulano dall’attrazione per approdare nel campo della grandezza e nobiltà di spirito.

Tutto molto bello.

Però, riflettevo cinicamente sulle derive del turismo di massa e il consumo di esperienze, utili o dilettevoli che fossero. Sì, perché mentre transitavo là dentro stavo consumando, non davvero vivendo. C’erano troppe cose da vedere, impossibile guardarle realmente. Un meccanicismo che invece di rassicurarmi mi affondava. Scattavo foto ai pesci. Perché? Per farle finire presto in una memoria dimenticata, e scansarmi per fare spazio al seguente immortalatore di pesci malese o filippino con famigliola al seguito? Per essere entusiasta tra cloni altrettanto entusiasti? Che presto avrebbero anche loro dimenticato? O per saperne di più sul cavalluccio marino mimetico che si confonde con un’alga, e poi cenare con la trota salmonata in offerta da Aldi? O con una di quelle aberrazioni locali a base di tonno umidiccio in scatola, “sweet mango chilli flavoured”?

Non sapevo. Mi stavo perdendo. Mi serviva un senso, un’àncora.

Più andavo avanti e più mi saliva uno sconforto muto, di quelli adolescenziali, di quando non capisci se è il mondo ad avere qualcosa di insensato, a mostrarsi troppo sbrilluccicante, o se sei semplicemente tu ad essere inadeguato, tanto più in un posto così spumeggiante, e dovresti farti meno pippe mentali e intonare festante In fondo al mar.

E sì che tutte quelle creature animali, nelle loro infinite varietà di forme, colori, pinne, espressioni, motivi, guizzi e scaglie erano belle, brutte, suggestive, buffe, maestose, insomma sembravano mettercela tutta per sbalordirmi in un senso o nell’altro, da dentro le loro vasche, terrari, teche. Ma le visioni si accumulavano e niente riusciva a distaccarsi dalle altre e a colpirmi in una maniera che sarebbe durata oltre la sera stessa. Un po’ come là fuori, nella realtà. Dove ormai mi impressionavano solo: la plastica oceanica e le scorie sotterrate, il profitto e il pesticida, il senzatetto e l’ecomostro; il petrolio fuoriuscito, i detriti stellari e la sconfitta. O forse nemmeno più quelli. Giusto il wombat. Era semplicemente troppo, non a misura d’uomo. Non processavo più nulla. Mi serviva un salvagente.

Poi sono entrata nell’ambiente dei coralli.

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Può darsi che il fatto che da tempo nella mia bucket list australiana ci siano lo snorkeling e le immersioni nella barriera corallina mi abbia suggestionata; sta di fatto che ho riacquistato stupore e meraviglia. C’era tutto un mondo altro e infinito che era possibile intravedere. C’erano colori solo sognati, forme impensate eppure necessarie, regolarità in grado di contraddire decenni di romanticismo. C’era la vita luminosa e paziente nel suo campionario scelto.

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Era magico già così, ma mancava ancora qualcosa, che ancora non sospettavo; finché non mi sono avvicinata all’ultima vasca, e ho osservato in un angolo.

Come si chiama quella rara sensazione assoluta e totalizzante che ti prende mentre guardi qualcosa di meraviglioso e ineffabile? Una sindrome di Stendhal applicata non all’arte, ma alla natura? Diversa dal sublime, ché il sublime per definirsi tale richiede dimensioni titaniche, grandeur, e una certa ultraterrenità. Qui invece c’erano solo armonia, incanto, estasi e protezione uterina. Come se il tempo si fosse sospeso. Se qualcuno sa se ciò abbia un nome, per favore me lo dica. Non la vedevo bene in faccia, ma sapevo che era lei, con la sua vestaglia.

Cosa avevo visto?

Una scena semplicissima, primitiva e ancestrale, inconsapevole, spontanea e insieme minuziosamente adornata. Frutto di milioni di anni e dell’istinto, del caso, delle combinazioni e della logica.

Un anemone di mare rosa tra le cui pieghe riposavano due piccoli pescetti bianchi e neri. Un rosa antico e insieme nuovo come non ne avevo mai visti. Quell’anemone doveva essere assai accogliente, perché i pesci non ne volevano sapere di allontanarsene. Si facevano cullare dall’acqua e rimanevano lì, tra i suoi morbidi movimenti. Sono rimasta fissa lì davanti per un quarto d’ora, come in trance. Uno dei due pesci si era posizionato proprio sul bordo dell’anemone e ci si strusciava con tutto il corpo, come a grattarcisi la pancia, avendo l’aria di godersela parecchio. Era una scena perfetta. Come i sacchetti di plastica svolazzanti nel vento in American Beauty. Era la bellezza assoluta, primaria, essenziale e senza fronzoli, profonda come una scossa di corrente marina; la bellezza che rinnova, che purifica, che fa male e che fa piangere. Ed era rivolta a me, solo a me. E io stavo lì, immemore, dissolta e ricomposta, svuotata e riempita, liquefatta, evaporata, sublimata.

Più tardi, a casa, ho scoperto da National Geographic la parafrasi della mia visione. Il pesce pagliaccio e l’anemone di mare sono simbionti, si ritrovano a vivere insieme per convenienza e trascorrono la loro esistenza così, a due, in alleanza. Il pesce, perché è l’unica razza a possedere uno strato di muco sul corpo che lo protegga dal veleno che l’anemone di mare (che non è una pianta, ma un polpo) è in grado di sparare sugli tutti gli altri pesci, e ne approfitta quindi per viverci accanto, proteggendosi nelle sue falde dai predatori. L’anemone ci guadagna i residui di cibo lasciati dal pesce. Win-win.

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La simbiosi in natura mi è sempre sembrata meravigliosa, a suo modo ludica; e la spiegazione letta a posteriori era netta, limpida, inappuntabile. Ma niente di ciò importava mentre vi assistevo. Contava solo la bellezza esemplare di quelle due creature, che danzavano insieme, e che probabilmente anche in questo preciso momento, giorno o notte che sia, danzano; e che così facendo, ignare, invitavano anche la mia anima spettatrice a fluttuare. Riconoscevo il tocco magico della vestaglia, il suo sfioramento che ti costringe a fermarti e per un attimo smettere di giudicare, catalogare, schedare, quantificare l’universo circostante; un invito a sospenderti e rimirare, a fare i conti con l’essenza e con te stesso, con i sensi e con l’anima. Un balzo verso l’assoluto e l’infinita eternità del tutto.

Sono uscita come salvata da un naufragio, radiosa, dopata.

Non avrei mai dovuto dubitare.

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“That’s the day I realized that there was this entire life behind things, and this incredibly benevolent force that wanted me to know there was no reason to be afraid, ever. Video’s a poor excuse, I know. But it helps me remember… I need to remember… Sometimes there’s so much beauty in the world, I feel like I can’t take it, and my heart is just going to cave in”.

[from the movie “American Beauty”]

 

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