STRANGE AUSTRALIA

Il test del petauro

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Premetto: io il petauro dello zucchero (sugar glider) l’ho visto solo in fotografia. Tra noi non è destino, non funzionerebbe: questo animaletto è minuto, notturno (da cui i grandi occhioni), tende all’iperattività; ama cenare al chioschetto della frutta fresca, mentre io ho un debole per i ravioli cinesi; lui sta nel nord dell’Australia, io nel sud; lui vive anche in Indonesia, io da quelle parti non intendo mettere piede.

Però non occorre aver conosciuto di persona questa graziosa bestiola affinché la sua immagine ci torni d’aiuto nelle scelte di vita. Quali? Per esempio, valutare la probabilità del buon esito di una relazione romantica, auspicata o da poco instaurata, in virtù di un trucco infallibile, il test del petauro. Una prova semplice e immediata. Vediamo cosa occorre sapere.

petauro dello zucchero volante

[via Pinterest]

Il petauro è un marsupiale, ma non uno qualunque: è un marsupiale volante. Questo grazie ai patagi, due membrane che congiungono le sue zampette anteriori con quelle posteriori permettendogli di spiccare grandi salti e planare per qualcosa come 70 metri (!). Adesso però, pur sapendo che non servono ali per volare, non pensiate di imitarlo con una tutina in spandex: lui può perché pesa solo 150 grammi, voi no (io non mi includo nemmeno, aborro gli sport estremi, e direi che ho già dato!). Con la sua coda sufficientemente prensile si arrampica con naturalezza sugli alberi passando dall’uno all’altro fluttuando, tanto da essere chiamato erroneamente scoiattolo volante (che esiste ed è un suo simile, ma non marsupiale).

Poi, avete presente quella grossa ghiandola che il koala maschio ha sul petto, per secernere ormoni? Il petauro maschio ce l’ha in fronte. Ma in fondo, meglio una ghiandola che quella famosa scritta. Qui nella foto il cromosoma Y è a destra:

petauri domestici

[Photo by OberonNightSeer, via WikiCommons]

Ora, questo il metodo ultrascientifico con cui ho elaborato il test: curiosavo sul web alla ricerca di qualche informazione per questo post, non disponendo di autentiche storie di vita vissuta. Ma al posto di aneddoti, mi sono imbattuta in svariate pagine in italiano che mi spiegavano quali accorgimenti adottare per prendermi un petauro. Dove acquistarlo, quale tipo di gabbia fornirgli (alta almeno due metri), e come preparargli i pasti, rigorosamente a mano e con grande cura. In commercio infatti non esistono preparati completi adatti a soddisfare la variegata dieta del petauro, perciò occorre mettersi lì a spignattare appositamente, o le carenze nutrizionali lo faranno ammalare non poco.

Ci avviciniamo al senso del test.

Il petauro è un animale assai sociale che in natura vive in gruppi, perciò scegliendolo come animale da compagnia bisogna prenderne almeno due – e dello stesso sesso, in modo che da due non passino a venti nel giro di poco. Altrimenti per lui è subito depressione, e persino automutilazioni. Ma anche in due non è che sia chissà che festa… Gli servono affetto, attenzioni e un buon legame con gli umani di casa, per almeno una decina d’anni di vita insieme. Con quel suo musetto giudizioso, volerà – o meglio tenterà di volare – da una stanza all’altra, preferibilmente a luci spente, meglio se con pochi soprammobili in giro, meglio ancora se l’appartamento è grosso quanto Versailles.

A questo punto i più avranno capito dove voglio arrivare: perché mai uno dovrebbe tenere un petauro dello zucchero in casa propria? Per soddisfare quale impellente esigenza? Eppure.

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Io già me lo vedo l’identikit di un tale soggetto umano: maschio o femmina – ma più spesso maschio, per la stessa legge non scritta per la quale ha luogo l’odioso, malefico mansplaining. Non importa a che prezzo, ma lui si deve distinguere. Niente cane o gatto; noiose le tartarughe; passato il tempo dei pesci tropicali, dei porcellini d’india, dei furetti, delle iguane – lui no: lui dovrà avere un petauro. Dentro casa. Perché vuoi mettere. Pazienza se la bestiola se la passerebbe molto meglio potendo planare a casa propria, tra gli alberi e gli insettini da piluccare qua e là. O se in casa si avrà il rischio costante di scordare alzato il coperchio del wc… il petauro non sa nuotare, e internet raccomanda proprio tutto.

Padrone di una tale creatura, l’umano si sentirà originale e anticonformista, potrà persino invitarvi a salire da lui per mostrarvi il suo tenerissimo petauro dello zucchero; e voi potreste accettare solo per scoprire che era serissimo. A meno che non vi racconti, ammiccando mentre vi versa il vino, che il petauro maschio ha un pene biforcuto, adatto ai due uteri della femmina, per vedere come reagite. Sempre che non siate già fuggite lontanissimo, come auspico.

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Perciò, amici, e soprattutto amiche: quando vi trovate lì a spulciare Instagram o Tinder o qualunque altra app del momento, cercate l’indizio di un petauro virtuale. Non che la persona debba averne uno, cosa del resto non così probabile, ma potrebbe averlo? Questa scelta sarebbe compatibile con il resto della sua immagine e del suo carattere (termini sempre più intercambiabili)? Se la risposta è sì, il mio consiglio è uno solo: lasciate perdere. O potrebbe finire così:


 

[Foto in evidenza: by David Kessler via Flickr]

40 risposte »

  1. Concordo con Romolo, già il nome fa ridere! 😀
    Non conoscevo il tuo blog e la tua storia, grazie per essere passata dal mio così ho avuto modo di incrociarti!
    Buona vita down under!

  2. Io amo i petauri, i quokka, i lorilento e similarità. Se non avessi tanto amore e rispetto per gli animali, mi farei in casa un piccolo zoo.
    P.S. quando vieni a cena da me portamene uno 😁

    • E non sarebbe male! 🙂 Oggi va anche di moda, vedi tutti quegli sport estremi di esplorazione dall’alto delle foreste! Magari sono ispirati proprio dallo sugar glider!

    • Ahahah no, non so di nessuno con un petauro, anche se non si conosce mai la gente fino in fondo, giusto? 🤔😁 Per risponderti, il mio è un puro pregiudizio immotivato. Niente di asiatico mi ha mai troppo ispirata, anche se ora per forza di cose mi sto aprendo un po’. Una volta avevo vinto un meraviglioso viaggio pagato in Giappone, col consolato… E all’ultimo non mi hanno più fatta partire! Grrrr!!

      • Io sono stata a Bali, molto bella ma non ci vivrei.

        So che molti vanno li’ per vivere perché costa poco. Lo capisco ma io non vivrei da ricca in mezzo a tanta poverta’, truffe e sporcizia.

        Il Giappone invece e’ una favola, mi dispiace molto non ti abbiano fatta partire! Che antipatici!!

        • Sì, sono passati dieci anni e rosico ancora!! Ti capisco, nemmeno io vivrei dove sei costretto a sentirti così diverso e a vedere cose che non ti piacciono. Salutami Edimburgo! 😘

    • Direi più per lui che per l’uomo 🙂 Anche perché figuriamoci che anche ai furetti domestici viene rimossa la ghiandola che li fa puzzare, prima che vengano messi in vendita °_°

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