SIX FEET UNDER

Sangue, pigmenti e sabotaggi

Da piccola, quando ancora non credevo alla morte, ero già una un po’ strana. Già attratta dal declino e dalla manomissione, senza saperlo.

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Provavo una segreta soddisfazione quando, durante uno di quei guizzi arcobaleno di una corsa spensierata in cortile, cadendo mi sbucciavo le ginocchia. Mi rialzavo esultando tra me e me, pregustando il rito della medicazione: avevo diritto al mercurio cromo, e alla sua grossa macchia disinfettante rosso vivo da portarmi in giro con orgoglio sulla pelle, sfoggiandola come un accessorio stiloso o un tatuaggio temporaneo, o la benda nera di un pirata giocattolo. Come se quel marchio in evidenza mi rendesse automaticamente più coraggiosa. Mi serviva da amplificatore del brio e dell’energia vitale. Ma il bello doveva ancora arrivare.

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Dopo un po’, sulla ferita si formava la crosta, che potevo grattare via per poi vederla riformarsi, testarda, e diventava una lotta: avrei grattato di più io o si sarebbe riformata di più lei, fino a sparire senza lasciare traccia? Alla fine vinceva lei, ma le davo un gran filo da torcere. Per vedere fin dove potevo insistere. Anche allora le cose le facevo bene, e quindi grattavo con precisione e puntualità, osservando come un entomologo con la sua lente, col paziente e dedito amore dell’attesa. Forse, anche perché un po’ avevo già intuito che sabotare per mettere alla prova il limite delle situazioni era una pratica creativa e appagante. Un impenetrabile spazio di libertà, che poteva restare privato.

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Ecco, a volte per la mia ferita di adulta sogno un bel trattamento di mercurio cromo, dal colore denso e illuminante di un evidenziatore. Un pigmento speciale in cui tuffarmi impregnando tutto il mio corpo; visibile a migliaia di chilometri di distanza e anche attraverso i pixel. Un pigmento allertante che illustri le cose al posto mio, che mi risparmi tante parole comunque non spese, ma che forse dovrebbero essere dette, di nuovo, e che invece se ne stanno lì, sospese, ignorando se un giorno verranno fatte uscire oppure no. Sogno una nuotata in apnea in un silos di liquido fluorescente, che sia più efficace e funzionale della mia inclinazione a sviscerare, a rivangare, a sezionare al microscopio tra me e me, per poi non dire; che piuttosto mi renda radioattiva fuori, ma che sappia disinfettarmi dentro, sollevarmi. Sarebbe più semplice, e spiegherebbe per me perché certe volte non mi va di uscire, di andare, di fare.

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Perché la mia ferita è differente: c’è, ma non si vede. Anche lei ce la mette tutta per rimarginarsi, è tenace e attenta, fa un sacco di progressi e si riempie di nuova vita e qualche volta anche di un arcobaleno o due, però poi arrivo io, la disturbatrice di me stessa, e ricomincio a grattare. Gratto e gratto perché a volte c’è bisogno di vederlo, quel rosso che sta sotto, occorre dare corpo a quella possenza e farla sgorgare, perché non si sfugge a quell’irrefrenabile impulso umano a essere d’impiccio, a mandare in vacca. Serve far uscire un po’ di sangue dalla retina, qualche goccia ancora, anche quando tutti intorno a te si sono stufati di sentire la storiella ormai innocua a furia di essere pronunciata e tu a loro non vuoi dirla più, e poi sembra che tu stia così bene, guarda quante cose fai. È un sangue che vedo solo io, quel rosso su cui ancora, rimemorando, cammino per mettermi in salvo. Il rosso di persone amate da qualcuno rimasto a casa ad aspettarle, il rosso che dovrebbe restarsene dentro a scorrere tranquillo e che invece io ho visto spandersi, pigmentato di morte, solo perché passavo di lì, in quegli istanti che ci hanno derubati tutti. Rosso su cui ho camminato e che per un miracolo non è stato il mio, calpestato da qualcun altro. Rosso fluo, alterato, innaturale, marmoreo, definitivo. E allora lo spremo da me stessa. Perché a volte devo tornare lì. Fa parte del processo. Mi immobilizzo. E non voglio. Non voglio niente. Aspetto.

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La vita va avanti e si vedono posti e si fanno cose e si ama e si sogna e si stringe amicizia, ma la verità è che esistono cesure dopo le quali non si può più vivere nello stesso modo. A volte mi chiedo tout court se si possa vivere. Intorno a me la gente si riproduce. Si riproduce e si moltiplica. E io, a tratti, rimango fluorescente, anche se non si vede.

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Poi passa, in un guizzo rosso intenso. Come il rossetto che ho messo oggi. Aspetto.

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Per saperne di più, c'è la categoria "Six Feet Under", o ad esempio questo post.
 [Photos: Pixabay]

24 risposte »

  1. Post che avevo iniziato a leggere con spensieratezza ed un sorriso e che mi ha riportato il ricordo della mia prima sbucciatura di ginocchio( mercurio cromo?tzee, dilettante…a me dissero : pisciaci su! Ma ti pare?!) Ma poi leggendo invece è diventato altro e mi rendo conto che certi avvenimenti restano come una crosta infinita.Però alla fine hai messo il rossetto rosso quindi forse è una buona giornata anche per sorridere no?

      • Ahahah tu pensa che io ero un bambino che era nato e cresciuto fino a 5 anni in Svizzera dove pure le parole sono disinfettanti! Mi ritrovai a vivere al paese natale di mio padre che era lontano anni luce dalla Svizzera.Li se cadevi a terra ti disinfettavi in automatico mi sa! Invece al paesello che te lo dico a fare…zia mi vide piangere e prima mi diede una sberla e poi mi disse come curarmi…ecco…come sia sopravvissuto resta un mistero!😂😂😂

        • La corazza c’è però il ginocchio, specie il sinistro pare una collezione di cicatrici!😬Al paesello poi rimasi solo l’estate e a settembre chi trasferimmo in città anche se era periferia e quello di che fu un nuovo mondo anche se per due tre anni mi picchiavano tutti!🙄

        • Esatto! Quando oggi sento del bullismo sui social mi ricordo sempre che io invece da piccolo pigliavo botte vere! Ma pare che sono sopravvissuto pure a queste!😈

        • Ci credo:) Nelle mie scuole per fortuna non ci sono state queste cose, se non in casi davvero eccezionali e con pronta reazione di tutta la microcomunità. Non so cosa debba essere, ma credo assomigli allo schifo. Di buono, come in tutte le sfighe, c’è che almeno riesci a relativizzare meglio di tanti e a dare il giusto valore alle cose.

        • Ma si, in fondo alla fine considero la cosa come un percorso di crescita che tutto sommato mi ha rinforzato ed oggi ne rido ringraziando il fatto di non essermi incattivito(anche se per reazione per un piedi lo fui) e di aver comunque avuto una infanzia piena di ricordi!

        • Nonostante il correttore mi boicotti ed io ancora non mi abituo al fatto che dal cel devo rileggere prima di inviare!Periodo me l’ha fatto diventare piede…ma dico…Si può?😭😖

  2. Poi pensi che ci sono i Koala, i canguri, gli ornitorinchi e allora capisci che il mondo può anche essere un bel posto. Dai Lucy, quello è un brutto incubo del passato, ma tu hai voltato pagina!

  3. “Non mi avete fatto niente”….Quando ho spiegato il significato della canzone a mio figlio, lui si è meravigliato che qualcuno potesse sentirsi forte dopo aver perso una figlia per colpa di qualcuno e dire “non mi avete tolto niente”. I segni delle croste sulle ginocchia grattate da piccoli restano indelebili sulle ginocchia e ce le abbiamo tutti. Tu però quella crosta ce l’hai sul cuore. Un abbraccio

    • Che bella immagine questa della crosta sul cuore. Quando visualizzo mentalmente il tutto mi immagino sempre qualcosa nel cervello, per come la mente muta senza sapere verso dove… Ma forse è ora di accettare anche quella parte un po’ più in basso, una crosta sul cuore. Non potevi dirlo meglio. Mi ascolterò la canzone, che non conosco, ma mi ricorda quel libro di Leiris “Non avrete il mio odio”, che nei fatti a cui alludo è rimasto vedovo con figlio di pochi mesi. Grazie ❤️

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