STRANGE AUSTRALIA

Naracoorte underground: megatrauma e megafauna

Quando non è convinta di qualcosa, Lucy sbuffa, fa dietrofront e se ne torna alla sua tana sotterranea. Così anche il mio umore: ogni tanto mi chiede di farsi un giretto giù, six feet under, dove acconsento ad accompagnarlo. Gli slaccio il guinzaglio e lo lascio vagabondare un po’.

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Potrei aver sviluppato una sorta di sindrome, forse una Stoccolma malriuscita, nei confronti di ciò che sta là sotto. Perché da quando ho trascorso quelle quasi-tre-ore in quella strana nicchia buia, potendo contare solo su orecchie, polpastrelli e naso per sopravvivere, è successo qualcosa. La nicchia buia, invece che una tomba, si è rivelata per me una placenta, che mi ha protetta e restituita al mondo dei vivi. E da allora, più o meno paradossalmente, non perdo occasione per ricercarla, questa nicchia uterina. Ovunque si possa scendere (o salire), ovunque ci sia uno spazio privo di luce naturale, angusto e polveroso, io ci entro ed è come tornare a casa. Mi placa. Mi faccio avviluppare ed incubare un po’, e rinasco più serena.

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È stato così già a Parigi, quando giravo per le Catacombe in cerca di un brivido ma senza ancora riuscire a sentire alcunché; e poi in giro per l’Europa, dove ho visitato miniere scavate da uomini ben più disagiati di me e ascoltato detonazioni nell’oscurità cercando analogie, tentando di abbracciare mentalmente la quantità di millenni che avevano dato forma alle stalagtiti.

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Mi chiedevo se per dimenticare certe visioni ci avrei messo lo stesso tempo.

E ogni volta, quando tornavo alla luce, avevo lasciato lì un pochino del mio trauma, come il calcare che rimane attaccato alla pietra mentre l’acqua ormai scorre via.

Per dar seguito a questa mia bizzarra autoterapia, anche in Australia ho trovato un posto del genere, ovviamente dalle dimensioni indigene, cioè mastodontiche. Un posto che contiene cose, misteriose e familiari; e forse anche qualche mostro, come vogliono tradizione e traumatologia.

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In tutto il continente Down Under, 19 sono i siti dichiarati World Heritage dall’UNESCO (sì è una miseria di numero, lo so lo so, almeno approfittiamone), e le Naracoorte Caves sono uno di essi. Ventotto grotte che sprofondano nel South Australia, dove ignare e voluminose bestie hanno lasciato un po’ di se stesse da 500000 anni a questa parte, anche se a differenza di me, poverette, non se lo sono andate a cercare a mo’ di vezzo curativo, né sono potute tornare a casa.

In pratica, succedeva la stessa cosa di oggigiorno a Roma: gli animali scorrazzavano tranquilli, non vedevano le buche nel terreno e ci cascavano dentro con un bel tonfo, e finiva così.

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E così si è scoperto che, per saperne di più su un certo sottosuolo evoluzionistico, da qualche decennio conviene scavare a Naracoorte. Ad oggi sono stati trovati fossili di circa centotrenta specie di animali, e la mappatura dell’evoluzione è tale anche grazie a questo sito stracolmo di quiete e minerali.

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Nonno del nonno del nonno del nonno (eleva a potenza secondo la cifra della tua età) del canguro

Faccio dunque conoscenza con la megafauna locale estinta (più di metà degli animali ricostruiti risultano megafauna). C’era il famoso Canguro Gigante (alto anche tre metri, tanto quanto certi uccellacci suoi contemporanei); il leone marsupiale, il più grosso marsupiale carnivoro mai esistito (160 chili di divoratore di bistecche); e pure un wombat gigante (al che, Lucy è corsa a nascondersi).

Molte di queste bestie assomigliavano in modo molto sospetto a quelle del sistema di credenze mitologico-religiose aborigene: ad esempio si pensa che il wombat gigante corrispondesse al mostro acquatico Bunyip, un tempo temutissimo, avvistato qua e là alla maniera del mostro di Lochness (il quale almeno sguazzava solo in quel lago lì, mentre Bunyip se ne andava in giro in lungo e in largo). Però, nella cultura moderna, il Bunyip si è iniziato a considerarlo come assai tenerino, e oggi nessuno lo teme più, anzi qualche ragazza lo definirebbe puccioso. Altro segno dei tempi che cambiano. I primi esploratori australiani “moderni”, comunque, non lo trovarono mai, e da allora “cercare il bunyip” è un po’ come cercare il sesso degli angeli.

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Bunyip

Ma torniamo alla realtà. Esiste una specie di pipistrelli che abita a Naracoorte sin dai tempi della megafauna, e non ha ancora traslocato (anche se sono rimasti in pochi, e highly endangered). Se ne stanno nella loro grotta, vicini vicini, e a noi è permesso vederli solo attraverso un monitor collegato a videocamere a infrarossi, per non disturbarli, a meno che non ci si apposti fuori dalla bat-caverna al tramonto o all’alba, e non li si osservi uscire a fare la spesa per cena e poi rincasare (fuoriescono molto tranquillamente, in maniera più scaglionata di come vorrebbe l’immaginario cinematografico dark).

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Southern bent-winged bats

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Scopro che non è vero che i pipistrelli sono ciechi, anche se sì, per orientarsi la ecolocation la usano eccome; che stanno appesi a testa in giù perché se stessero nell’altro senso non riuscirebbero più ad involarsi, come una tartaruga girata sul dorso; e che un po’ come alle Samoa del mito, i piccoli vengono cresciuti collettivamente, perché le mamme non ci vedono granché bene e allora nutrono il primo cucciolo che capita loro sotto l’ala. E poiché tutte fanno così, non rimane nessun cucciolo affamato, e va bene uguale (chissà cosa ne direbbero le mamme pancine!).

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Nel dubbio, meglio non entrare nella caverna ma lasciarlo fare agli studiosi, anche perché si affonda letteralmente nel guano di pipistrello. Il minimo, viste le sorprese che possono riservare le nicchie buie!

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Insomma, si possono fare e imparare tante cose a Naaracorte, incluso il cave crawling e l’esplorazione di alcune grotte in 4WD, o perdersi nel bush che circonda la zona in una delle camminate più eloquenti e primordiali che ci siano, ma soprattutto nelle profondità di Naracoorte è più facile trovare un po’ di pace mentale, quella buona.

Till next time, di nuovo alla luce del sole! 🙂

20 risposte »

    • Sì continuano! Infatti solo circa il 20% delle grotte sono aperte al pubblico, nelle altre ci lavorano i tecnici, e sono loro stessi che fanno da guide nelle zone visitabili! 🙂

  1. Interessantissimo! Sai questo tuo post, soprattutto quando magari hai accennato a stati d´animo un po claustrofobici a cosa mi ha fatto pensare? ai cenotes messicani! Li conosci? Fai immersione o semplicemente il bagno in queste grotte, ti ripari negli angoli piú bui e dopo esci al sole. Una sensazione bellisisma, é un po cosi anche per i momenti bui della mia anima. l´esempio del guinzaglio é super! Buon tutto e grazie per questo altro meraviglioso post!

    • Ma grazie a te per il commento!! Non avevo mai sentito parlare dei cenotes (in generale so pochissimo del Messico), ma adesso vado a documentarmi 😍 Poi quando c’è di mezzo l’acqua è sempre ottimo, come tanti sono sensibilissima all’idroterapia, per dirla così! Grazie di essere passata! 😊

  2. Un articolo davvero interessante e piacevole alla lettura, sicuramente un’esperienza insolita vedere dal vivo i resti di antichi animali ormai istinti. E mi piace molto il tuo modo di raccontare e raccontarti. Felice di averti scoperta ❤️

  3. Uuuhhh che bel posticino ci hai fatto scoprire…penso che difronte a quello spettacolo, l’introspezione è d’obbligo. Non potevi scegliere posto migliore per guardarti dentro. Bravissima, sei la dimostrazione che la vita non smette mai di stupirci se sappiamo cogliere quanto c’è di bello intorno a noi.

    • Grazie 😍 Hai detto bene: farsi stupire dalle cose! Perché la bellezza è dappertutto, anche al buio 😉

  4. Molto suggestivo questo posto, deve essere davvero bello. Mi ha ricordato le avventure di Zio Paperone nella (bellissima) storia “Il leggendario papero del deserto d’Australia” ❤

    • Mi ricorda il vecchio indovinello “perché Batman quando indossa la tuta per andare in missione ride? Perché è una battuta” 🥇

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