STRANGE AUSTRALIA

Subcultura in Australia: la coffee culture (sic)

Anche se Down Under l’alba è così,

wp_20170716_07_22_08_pro.jpg

ciò non toglie che ogni mattina, nel riabituare le palpebre all’esistenza con la stessa leggerezza di spirito di un dipinto di Munch, io fantastichi di disporre dell’ottuso brio farfallino di quei simpaticoni che sui social spandono il buongiornissimo “con un caffè”.

165158_499714906543_4072813_n

Ma come, ma perché? Forse l’attesa del caffè è essa stessa il caffè? What?!?

14523149_10154494003351544_7934162525442603080_n.jpg

Nel dubbio, ho pensato di dire la mia su questa antica bevanda (if you can’t beat them, join them, no?), raccontandovi l’assurdo status di prestigio di cui essa gode qui a Melbourne, metropoli rinomata in tutta l’Australia per la sua autoproclamata, appunto, coffee culture. Che tradotto, significa: la città è in fissa. Ci credono davvero, belli loro, e si autoincensano, editano pubblicazioni in cui non perdono occasione per farvi sapere quanto il loro caffè sia il migliore del globo. D’altronde è un posto ancora nuovo nuovo, qualche motivo di vanto a parte la street art (grandiosa, va detto) dovranno pur trovarselo, no? Vaglielo a spiegare che “cultura” e “cultura del caffè” non sono proprio sinonimi, ma nemmeno iperonimo e iponimo l’una dell’altra. Ma diamogli tempo e fiducia. (Scherzo, in parte. Melbourne è bellissima. Ma oggi ho già letto in giro il mio primo “buongiorno con caffè”, quindi partiamo male).

1910053_137833191543_21973_n

Io al mattino

Non siamo ai livelli di celebre follia di quel prodigioso caffè in chicchi raccolti a mano dopo essere stati mangiati, digeriti ed riconsegnati al mondo dall’apparato escretore di ignare bestiole africane e venduti a 500 euro al chilo; ma i Melburnians alimentano comunque (dissetano, soprattutto) la loro orgogliosa ossessione, per quanto non abbiano inventato proprio nulla (tranne il flat white, cioè niente che chiunque di noi non avrebbe potuto realizzare per puro caso versando troppo latte in una tazza troppo grande. Ed è la varietà migliore, vi lascio immaginare le altre!).

10314625_10155363848871544_6415778718589145716_n

Scrivo con cognizione di causa, essendomi persino sparata il corso di Barista pochi giorni dopo il mio atterraggio Down Under (ho seguito anche quello per prendere la licenza per lavorare maneggiando bevande alcoliche, nel senso che se si prevede di trovarsi a venderne al chioschetto sulla spiaggia o a servire anche solo un bicchiere di vino omaggio alla clientela di un festival, da lavoratori o da volontari non retribuiti, si è costretti a prendersi il foglio di via, o fioccano multe).

24993330_10155810386676544_7385508075181536146_n

Ho frequentato persino le due ore facoltative di Latte Art, e quello sì che è stato divertente – sarebbe stato persino utile, se solo trovassi la voglia di decalcificare la mia macchinetta del caffè elettrica Ariete che mi sono spedita mesi fa dall’Italia, che ancora giace impolverata in un angolo mentre nel quotidiano mi drogo mestamente di caffè solubile e Coca Zero, e iniziassi a mettere a frutto la mia abilità di fare cappuccini con in superficie fiorellini, note musicali e anitre. Perché a Melbourne, se non servi un caffellatte con un perfetto ghirigoro di schiuma, non sei nessuno.

WP_20170816_13_47_31_Pro

Infatti quaggiù no, non è che semplicemente si fa il caffè, così. Siete pazzi? Semmai prima si impara a fare il caffè (scordatevi di poter imparare sul posto di lavoro una volta ottenutolo, con buona volontà, velocità di apprendimento e buon senso. Qua bisogna presentarsi ovunque col certificato pronto, anche al suddetto chioschetto in spiaggia). Al che, se uno sfruttatore travestito da mecenate concede l’opportunity, si affinano le proprie Barista skills con la stessa dedizione e precisione di un chirurgo plastico. Si finirà per avere l’onore di preparare il caffè da aiutante. E infine, se il Fato continua ad arridere, si può sperare di diventare Barista, con la maiuscola. Solo allora potrete considerarvi arrivati (e ancor di più se vi abbinate una barba hipster). Ovviamente ho smesso subito prima dell’investitura finale e sono migrata a fare tutt’altro, perché 1) sennò che divertimento c’era?, 2) tanto ormai l’Aussie English avevo imparato a comprenderlo, potevo ambire a qualcosa di più stimolante della caffeina, e 3) non mi ci vedevo con la barba hipster.

Allora, come funziona questo caffè australiano?

17991190_10155126685306544_6916233350264067539_n

Dimenticatevi l’espresso, anche se già lo sapete. Un paio di volte ho provato a ordinarlo, traducendolo nell’equivalente locale ossia il ristretto, ma la cameriera non capiva comunque; ho dovuto spiegarle come farmelo (“two thirds of a shot of espresso – the first 20ml – served in a small cup”, da maestrina pedante), rispiegarglielo quando è tornata indietro a ripetermi la domanda, ma soprattutto ho dovuto trangugiare a occhi chiusi, concentrandomi su pensieri felici per non vomitare, il risultato ricevuto. Mai più (lo dico sempre ma ogni paio di mesi ci ricasco. Una volta in un rigurgito di fiducia verso il genere umano ho persino osato chiedere un ristretto macchiato, vi lascio immaginare il disagio da entrambe le parti. E avevo anche fatto la pronuncia australiana!).

995283_10152080567521544_836602416_n-e1521012710432.jpg

All’Australian Barista School (o in una qualunque delle mille scuole dal nome simile, tipo quell’altra dove ho preso il certificato di Food Handling o quello di First Aid, nate per fornire a giovani e interdetti neoimmigrati da ogni parte del mondo, dietro cospicuo pagamento, l’effimera gioia di aver trovato una porta d’accesso al mondo della produttività), appena vi sedete in classe vi distribuiscono uno schemino di tutte le varietà di caffè in uso e i tipi di tazze/bicchieri in cui servirle. Ovviamente come ormai avrete capito, se in un bar provate a domandare una piccola variazione nel vostro ordine andranno in cortocircuito, quindi evitate, per il bene comune. Abbiamo dunque il caffè normale, sempre troppo lungo nonostante si chiami short black, poi i soliti cappuccino e caffè latte (latte), il caffè americano (long black) e il mocaccino (mocha), e alcune altre varietà minori che mai nessuno ordina. Il migliore nonché quello di cui la nazione va più fiera è l’indigeno flat white, un cappuccino ma con il latte meno schiumoso (ma comunque un po’ schiumoso, lì sta l’abilità del Barista).

12049266_10153555785361544_3847000232216907880_n.jpg

Tutte le bevande possono essere weak o strong, secondo una variazione nella quantità di polvere inserita nel filtro, e con il latte a scelta (animale, vegetale, tipo di scrematura…) proprio come da Starbucks (che però almeno si propone in maniera ultrapop, quindi se ci entrate è per scelta – tranne quando puntate alla toilette).

E ognuna di queste bevande è preparata mediante un procedimento accuratissimo e altamente codificato da regole ferree. Ad esempio il caffè da mettere nel filtro deve pesare sette grammi e va pressato con una forza di 18 chili la prima volta e 9 la seconda. Per carità, anche l’esperto barista italiano conosce queste indicazioni, ma quaggiù esse sono l’unico appiglio mentale per combattere l’assenza di qualsivoglia tradizione e l’eventuale smarrimento o indisciplina del lavoratore, e perciò costantemente ribadite e sorvegliate. Dovreste sentire il tono impettito con cui ripetono “il Barista è l’enologo del caffè”!

wp_20170730_16_21_52_pro.jpg

Un incubo per noi italiani che, come tali (ed esattemente come da accuse rivolteci da chi storicamente non ne sa nulla di genialità), rivendichiamo il diritto di fare le cose così, senza riflettere troppo sulle istruzioni, ma con buon senso e passione, e di farle uscire comunque meglio. Hic est.

Qui poi si fissano su minuzie quali pulire dieci volte (non nove, non undici, guai!) la macchinetta a fine giornata, ma quasi nessuno ha coscienza delle basi di un servizio almeno decente (ovvietà non pervenute: la rapidità, la suddivisione dei tavoli tra i camerieri, ricordarsi le ordinazioni magari segnandosele, non sparecchiare mentre il cliente sta ancora masticando o solo quando il successivo si sta accomodando).

10351457_10152524657956544_8705963918145521324_n.jpg

Il tutto per dei prezzi esorbitanti: dai due dollari e mezzo promozionali ai tre e mezzo-quattro di una consumazione normale (cioè circa 2.50-3 euro, più i supplementi per qualsiasi variante immaginabile).

Ah! Dimenticavo lo zucchero! Non lo trovate al bancone, né ve lo danno insieme alla tazzina. Bisogna dire direttamente al barista o al cameriere quante zollette/bustine volete, e lui le metterà direttamente nel caffè per voi. Ho scoperto questa losca faccenda al mio primo giorno di lavoro in un ristorante: un ragazzo seduto a sorseggiare il suo caffè mi ha chiesto due bustine, e quando gliele ho portate insieme al cucchiaino ha scoperchiato il suo bicchierone (perché se l’era fatto fare d’asporto, col coperchietto) e mi ha guardata, rimanendo in attesa. Gli ho appoggiato lì le bustine e sono fuggita, sgomenta, con in mente L’Urlo.

Se pensate di non potercela fare col caffè durante la vostra permanenza in Australia, potete sempre fare come me: infilatevi in un 7/Eleven ed erogatevi il vostro caffè da un misero dollaro alla macchinetta self service, che inspiegabilmente sarà più che buono e vi appagherà senza nemmeno impoverirvi le tasche. Misteri della fede. Ma ricordatevi che ciò si fa ma non si dice, tantomeno a un australiano.

WP_20170818_17_58_54_Pro


A proposito di Munch, una triste, realmente accaduta storiella culturale australiana di commiato: al “Chi vuol essere miliardario?” locale, alla domanda “Di dov’era il famoso pittore de L’Urlo, Edvard Munch?” un concorrente ha esitato tra Francia, Italia, Norvegia e Spagna, e in una cantilena di “no ideaaahhh”, ha acceso Francia.

Alla prossima!

(Senza caffè, ve lo fate da soli, anche nel pensiero!)

20770251_10155481839436544_5151179169495441407_n

5 risposte »

  1. Ricordo la prima volta che Chiesi un macchiato short..dopo aver strabuzzato gli occhi… mi diedero un pitale da colazione. (3h per prepararlo…e poi na schifez…)

  2. In Australia non sono mai stata (per ora, of course) ma ricordo benissimo la mia coinquilina americana che mi raccontava di come si faceva l’espresso nella moka da cinque (cioè mettendo meno acqua e meno caffè………..Già). Come spiegarle che il caffè della moka non è un espesso??? Bella lei 🙂

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.