STRANGE AUSTRALIA

Subcultura australiana: la “coffee culture” (sic)

BUONGIORNISSIMO (ARGH!)

Anche se Down Under l’alba è così,

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Acland Street, St Kilda (Melbourne)

ciò non toglie che ogni mattina, nel riabituare le palpebre all’esistenza con la stessa leggerezza di spirito di un dipinto di Munch, io fantastichi di disporre dell’ottuso brio farfallino di quei simpaticoni che sui social spandono il buongiornissimo “con un caffè”.

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By E. Munch

Ma come, ma perché? Forse l’attesa del caffè è essa stessa il caffè? Please.

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CULTURA + CAFFÈ = ?

Nel dubbio, ho pensato di dire la mia su questa antica bevanda, raccontandovi dell’irragionevole status di prestigio di cui essa gode qui a Melbourne, metropoli rinomata in tutta l’Australia per la sua autoproclamata, appunto, coffee culture.

“Oh, vivi a Melbourne? Allora berrai un sacco di ottimo caffè!” – è la prima frase che molti australiani vi rivolgeranno con entusiasmo, in qualunque parte del continente li incontriate. (Se li lasciate continuare, la seconda sarà senz’altro una battuta sul clima schizofrenico).

L’asserzione, tradotta, denota: la città è in fissa con la caffeina, e con la sedicente eccellenza di tutto ciò che le ruota intorno.

Le persone ci credono davvero in questa narrazione, la incensano, diffondono pubblicazioni in cui non perdono occasione per farvi sapere quanto il loro caffè sia il migliore, se non del mondo intero, almeno di tutto l’emisfero meridionale. D’altronde è una terra ancora nuova nuova, qualche motivo di vanto locale a parte la street art (grandiosa, va detto) dovranno pur trovarselo, no? Vaglielo a spiegare che “cultura” e “cultura del caffè” non sono proprio sinonimi, ma nemmeno iperonimo e iponimo l’una dell’altra. Insomma, bisogna dar loro tempo e fiducia! (Scherzo, Melbourne è una città splendida che offre tantissimo. Ma stamattina ho già letto in rete il mio primo “buongiorno con caffè e dolcetti”, quindi partiamo male).

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Io al mattino

IL MIGLIOR CAFFÈ AUSTRALIANO (SECONDO GLI AUSTRALIANI)

Non siamo ai livelli di celebre follia di quel prodigioso caffè in chicchi raccolti a mano dopo essere stati mangiati, digeriti ed riconsegnati al mondo dall’apparato escretore di ignare bestiole africane e venduti a 500 euro al chilo; ma i Melburnians alimentano comunque (dissetano, soprattutto) la loro orgogliosa ossessione, per quanto non abbiano inventato proprio nulla (tranne il flat white, cioè niente che chiunque di noi non avrebbe potuto realizzare per puro caso versando troppo latte in una tazza troppo grande, o abortendo un cappuccino. Ed è la varietà migliore, vi lascio immaginare le altre!).

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Acland Street. Ogni ora è buona per sedersi in uno dei suoi tanti allegri caffè

UN DIPLOMINO PER QUALUNQUE COSA. MILLE CORSI PER SAPER FARE UN CAFFÈ

Scrivo con cognizione di causa, essendomi persino seduta in pole position durante la formazione da Barista (proprio così in inglese) ricevuta pochi giorni dopo il mio atterraggio Down Under. Per scelta, ovviamente. Mi intrigava.

Apro una parentesi: tra gli altri, ho seguito anche il corso per prendere la licenza per lavorare servendo bevande alcoliche, nel senso che se si pianifica di dedicarsi alla vendita anche solo una birretta al chioschetto sulla spiaggia, o alla mescita di giusto un bicchierino di vino omaggio alla clientela di un festival, da lavoratori o persino da volontari non retribuiti, si è costretti a prendersi questa autorizzazione, o fioccano multe. Tutto è molto regolamentato.

Nel mio primo periodo Down Under ho frequentato diverse scuole per prendere alcuni di questi pezzi di carta, come anche ad esempio quello per maneggiare il cibo (Food Handling) o il ben più importante First Aid, concepiti fondamentalmente per fornire a giovani e interdetti neoimmigrati da ogni parte del mondo, dietro cospicuo pagamento, l’effimera gioia di aver trovato una porta d’accesso al mondo della produttività. Chiusa parentesi.

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Chioschetto in spiaggia a Williamstown, un sobborgo di Melbourne

Tornando al caffè, ho frequentato persino le due ore facoltative di Latte Art, e quello sì che è stato divertente. Sarebbe stato persino utile, se solo trovassi la voglia di decalcificare la mia macchinetta del caffè elettrica Ariete che mi sono spedita mesi fa dall’Italia, che ancora giace impolverata in un angolo mentre nel quotidiano mi drogo mestamente di caffè solubile e Cola Zero, e iniziassi a mettere a frutto la mia neoacquisita abilità di fare cappuccini con in superficie fiorellini, note musicali e anitre. Perché a Melbourne, se non servi un caffellatte con un perfetto ghirigoro di schiuma a forma di tulipano, frutto di un sapiente ondeggiare di polso, non sei nessuno. Le semplici spolverate geometriche con il cacao in polvere appartengono agli incapaci.

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Al corso di Latte Art

Per conoscere quale ignobile e immeritata fine ha poi fatto la mia macchinetta del caffè amorevolmente importata dalla madrepatria, leggi anche:

Mostri australiani e come domarli

LA SCALATA SOCIALE DEL BARISTA

Infatti, dicevamo, quaggiù no, non è che semplicemente si fa il caffè, così. Giammai! Semmai prima si impara a fare il caffè!

Scordatevi di poter imparare sul posto di lavoro una volta ottenutolo, con buona volontà, velocità di apprendimento e buon senso. Qui bisogna presentarsi ovunque col certificato pronto, anche al suddetto chioschetto in spiaggia. (E visto che qualunque certificato, a meno che non mandiate proprio a fuoco tutta una sede, finché pagate ve lo danno, ecco a voi il livello di garanzia di professionalità di molte professioni australiane). Ma non sottilizziamo e andiamo avanti.

Dopodiché se uno sfruttatore travestito da mecenate concede l’opportunità, si affinano le proprie Barista skills in qualche baretto di quartiere, con la stessa dedizione e precisione di un chirurgo plastico. Si finirà per avere l’onore di preparare il caffè da aiutante. E infine, se il Fato continua ad arridere, si potrà sperare di fregiarsi dell’ambito titolo di Barista, con la maiuscola. Solo allora ci si potrà considerare arrivati (ancor di più se vi si abbina una lunga barba hipster).

Ovviamente ho smesso subito prima dell’investitura finale e sono migrata a fare tutt’altro, perché 1) sennò che divertimento c’era?, 2) tanto ormai l’Aussie English avevo imparato a comprenderlo, potevo ambire a qualcosa di più stimolante della caffeina, e 3) non mi ci vedevo con la barba hipster.

E ora vediamo cosa ordinare una volta entrati in un bar, dopo aver risposto al nuovo cameriere che vi accoglie informandosi sul vostro stato di salute.

QUALE CAFFÈ SI BEVE IN AUSTRALIA, E COME?

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Dimenticatevi l’espresso, ma già lo saprete. Un paio di volte ho provato lo stesso a ordinarlo, traducendolo nell’equivalente locale ossia il ristretto, ma la cameriera non capiva, nonostante ogni Barista School che si rispetti rilasci un accurato riassuntino di tutte le varietà di caffè in uso, e dei tipi di tazze/bicchieri in cui servirle.

Sicché le ho spiegato come prepararlo, rispiegandoglielo quando è tornata indietro confusa per chiedermi di ripetere. Sono poi stata costretta a trangugiare a occhi chiusi, concentrandomi su pensieri felici, il mostro ricevuto. Mai più! (Lo dico sempre ma ogni paio di mesi ci ricasco. Una volta, in un rigurgito di fiducia verso il genere umano, ho persino osato domandare un ristretto macchiato, vi lascio immaginare il disagio da entrambe le parti. E avevo anche fatto la pronuncia australiana!).

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Se infatti in un bar provate a richiedere una piccola variazione nel vostro ordine, chi vi ascolta andrà in cortocircuito, a quanto pare le persone qui non sono proprio programmate per una cosa così impegnativa, quindi evitate, per il bene comune.

Abbiamo dunque:

  • il caffè normale, sempre troppo lungo nonostante si chiami short black
  • il cappuccino
  • il caffè latte (latte)
  • il flat white, l’invenzione autoctona di cui la nazione va più fiera: un cappuccino con il latte meno schiumoso (ma comunque un po’ schiumoso, lì sta l’abilità del Barista)
  • il caffè americano (long black, un guazzo immondo)
  • il mocaccino (mocha),
  • alcune altre varietà minori che mai nessuno ordina.

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Tutte le bevande possono essere weak o strong, secondo una variazione nella quantità di polvere inserita nel filtro, e con un’ampia scelta di latte (animale, vegetale, scremato…) proprio come da Starbucks (che però almeno si propone in maniera ultrapop, quindi se ci entrate è per scelta consapevole – tranne quando puntate alla toilette).

PRECISIONE CERTOSINA

Ognuna di queste bevande è preparata mediante un procedimento accuratissimo e altamente codificato da regole ferree. Ad esempio il caffè da mettere nel filtro deve pesare sette grammi e va pressato con una forza di 18 chili la prima volta e di 9 la seconda. Per carità, anche l’esperto barista italiano conosce queste indicazioni, ma quaggiù esse sono l’unico appiglio mentale per combattere l’assenza di qualsivoglia tradizione e l’eventuale smarrimento o indisciplina del lavoratore, e perciò costantemente ribadite e sorvegliate. Dovreste sentire il tono impettito con cui ripetono “il Barista è l’enologo del caffè”!

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Centrale di controllo di una macchinetta del caffè australiana

Un incubo per noi italiani che, come tali (e proprio come da accuse rivolteci da chi storicamente non ne sa nulla di genialità), rivendichiamo il diritto di fare le cose così, senza riflettere troppo sulle istruzioni, ma con buon senso e passione, e di farle uscire comunque meglio. Hic est.

Qui poi i lavoratori si fissano su minuzie quali pulire dieci volte (non nove, non undici, guai!) la macchinetta a fine giornata, ma quasi nessuno ha coscienza delle basi di un servizio almeno decente. Ovvietà non pervenute: la rapidità, la suddivisione dei tavoli tra i camerieri, ricordarsi le ordinazioni magari segnandosele, non sparecchiare mentre il cliente sta ancora masticando o solo quando il successivo si sta accomodando. Occorre invece risciacquare dieci volte la macchinetta, non nove, non undici.

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Il tutto per i seguenti prezzi: dai due dollari e mezzo promozionali ai tre e mezzo-quattro di una consumazione normale (cioè circa 2.50-3 euro, più i supplementi per qualsiasi variante immaginabile).

IL NONSENSE DELLO ZUCCHERO

Ah! Dimenticavo lo zucchero! Non lo trovate al bancone, né ve lo danno insieme alla tazzina. Bisogna dire direttamente al barista o al cameriere quante zollette/bustine volete, e lui le metterà direttamente nel caffè per voi. Ho scoperto questa losca faccenda al mio primo giorno di lavoro in un ristorante: un ragazzo seduto a sorseggiare il suo caffè mi ha chiesto due bustine, e quando gliele ho portate insieme al cucchiaino ha scoperchiato il suo bicchierone (perché se l’era fatto fare d’asporto, col coperchietto) e mi ha guardata, rimanendo in attesa che versassi (e mescolassi?). Gli ho appoggiato lì le bustine e sono fuggita, sgomenta, con in mente L’Urlo.

LA SOLUZIONE FINALE

Se pensate di non potercela fare con il caffè durante la vostra permanenza in Australia, potete sempre fare come me: infilatevi in un 7/Eleven ed erogatevi il vostro caffè da un misero dollaro alla macchinetta self service, che inspiegabilmente sarà più che buono e vi appagherà senza nemmeno impoverirvi le tasche. Misteri della fede. Ma ricordatevi che ciò si fa ma non si dice, tanto meno a un australiano.

Andate e bevetene tutti!


A proposito di Munch, una triste, realmente accaduta storiella culturale australiana di commiato: al “Chi vuol essere miliardario?” locale, alla domanda “Di dov’era il famoso pittore de L’Urlo, Edvard Munch?” un concorrente ha esitato a lungo tra Francia, Italia, Norvegia e Spagna, e in una cantilena di “no ideaaahhh”, ha acceso Francia.

Alla prossima!

(Senza caffè, ve lo fate da soli, anche virtualmente!)

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Per conoscere un posto speciale nel cuore di molti Melburnians ma anche di tanti italiani amanti del caffè, soprattutto dopo un giorno tristemente finito sui giornali, leggi anche:

Caffè nero, lutto e italianità a Melbourne. Il mito di “Pellegrini’s” e un attentato che lascia un vuoto


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25 risposte »

  1. Ricordo la prima volta che Chiesi un macchiato short..dopo aver strabuzzato gli occhi… mi diedero un pitale da colazione. (3h per prepararlo…e poi na schifez…)

  2. In Australia non sono mai stata (per ora, of course) ma ricordo benissimo la mia coinquilina americana che mi raccontava di come si faceva l’espresso nella moka da cinque (cioè mettendo meno acqua e meno caffè………..Già). Come spiegarle che il caffè della moka non è un espesso??? Bella lei 🙂

  3. La città è in fissa mi ha fatto morire dal ridere 😂😂. Ammetto che i cappuccini decorati li adoro e lo zucchero non sarebbe un problema per me visto che l’ho sempre bevuto “amaro” il caffè e il latte per me è già dolce da solo

    • Idem! Meglio così perché qui il servizio è sempre talmente scarso che se dovessero occuparsi anche dello zucchero farebbero ancora più confusione 😄

  4. Ma non ci credo… voleva che tu gli mettessi lo zucchero?! Non potrei sopravvivere in questo paese di…. incivili 😀 😀 😀

    • Sono rimasta anch’io sconvolta, sarebbe bastato saperlo ma nessuno me lo aveva detto… E dato che il caffè lo bevo non zuccherato non ci avevo mai prestato attenzione! My mistake 😀

  5. Nuooooo! Il caffè è sacro, non si tocca nè si rovina così!! Almeno hai imprecato mentalmente contro questi baristi?!!

    • Sono qui da più di un anno e non ho ancora smesso… Devo farci un post prima o poi… Ogni volta che entri in qualche posto per ordinare da bere o del cibo succede qualcosa di altamente improponibile, per l’occhio italiano di buon gusto! 😀

  6. Dovresti istituire un corso sull’uso compulsivo della Moka. Converti il mondo down-under!

  7. Ricordo il panico la prima volta che ho dovuto ordinare un caffè in Australia… ma ancora peggio quando ho lavorato per la prima volta come barista e mi sono arrivate le ordinazioni più strane…. davvero bizzarri questi aussies!

    • Per me il momento più desolante rimarrà quando un cliente mi ha chiesto di fargli un toast al Vegemite 😀

  8. Fammi capire: gli australiani fanno fare i corsi per imparare a fare il caffe secondo astruse regole autoimposte agli italiani??? 😀
    L’Australia mi piace un sacco (anche se non ci sono mai stata!) ma quando la racconti tu mi piace di più 😛

    • Aww grazie, arrossisco! 😊 Ebbene sì, è proprio così come hai scritto, relativamente al caffè! In generale mi sembra che questa cosa del seguire religiosamente le regole in certi ambiti sia sfuggita di mano! Che ci vogliamo fare! 😅

  9. Io mi permetto di dissentire! A me il caffè in Australia piace… ma forse solo perché non sono una che va matta per il caffè in generale 😀
    Scherzi a parte, con l’espresso ci ho provato qualche volta, e una o due volte mi è pure andata bene! Altrimenti andavo quasi sempre di Mocha ed ero contenta (o ancora meglio di Chai Latte, che col caffè non c’entra niente ma che la botta di adrenalina me la dava lo stesso). Sul Flat White avrei da dire tante cose brutte, ma non voglio fare del male agli australiani che ne sono così orgogliosi! Ahahah 🙂 E l’americano… conosco gente qui in Italia che ne va matta e lo ordina sempre.
    Misteri. Enormi.

    • Ahahah grazie mille del riscontro… Pensa che a me piace (o tende a piacere) SOLO il flat white! 😄 Anch’io conosco gente che ama l’americano… Misteri!

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