SIX FEET UNDER

B.Y.O., e “Call me by your Name”. Al cinema in Australia (brindando)

Down Under, il pragmatismo anglosassone consente una comoda e diffusa pratica: il BYO, bring your own. What’s BYO?

Nei ristoranti BYO, puoi portarti la tua bottiglia di vino da casa e per un charge minimo, bertela lì. Ha senso se il locale non dispone della costosa licenza per venderti alcolici e si serve di questa formula per essere frequentato anche da te che non concepisci la cena senza il tuo buon bicchierino (e come darti torto?).

In altri locali, puoi sia ordinare il vino lì, sia portarti il tuo (non sono ancora riuscita a scoprire in cosa consista il vantaggio economico per il ristoratore, in questo secondo caso. C’è qualcuno che possa illuminarmi?).

Il BYO si fonda – almeno secondo me – sul paradosso della necessità di una conoscenza enologica piuttosto approfondita da parte di un popolo che non la possiede (tranne in questo caso!). Ma qui la gente è semplice, e non si perde in sottigliezze, perciò il BYO funziona lo stesso.

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@ National Wine Centre of Australia

BYO significa anche che puoi entrare nella sala di un cinema o di un teatro e, una volta seduto al tuo posto, stapparti la tua bottiglia di vino. O meglio: svitarti, perché in Australia il sughero non si usa, e il tappo si svita! Triste shock culturale, superato il quale diventa possibile darsi più comodamente all’alcolismo di strada e da borsetta.

Oppure, un’altra opzione è comprare, al bar del botteghino, un calice pieno (non BYO, quindi)  insieme ai pop-corn, e riconsegnarlo vuoto alla fine del film (pensieri da italiana: nessuno se lo intasca, il calice? Evidentemente no. La gente abbina davvero vino e pop-corn? Sì). Puoi anche entrare in sala con il tuo biglietto in una mano e la tua lattina di birra nell’altra – nessuno ti dice niente. Sei invitato a farlo. Giubilo.

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Sprofondo quindi nella mia poltroncina del cinema, apro con soddisfazione la mia Peroni ancora ghiacciata (perché a volte è bello compiacersi di birre mediocri ma familiari), e per due ore mi dimentico di me stessa, di chi sono e di che lingua parlo, dato che Call me by your Name è recitato in un miscuglio di inglese, francese, italiano.

Questo non è un blog che parla di film (a meno che non siano locali, prima o poi capiterà), ma oggi farò un’eccezione, perché raramente ho tanto palpitato davanti a una visione su grande schermo. Senza le immagini e le musiche di questa pellicola, la mia rarefatta estate australiana non sarebbe stata proprio la stessa.

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Cupid Playing with a Butterfly, by Antoine-Denis Chaudet @ Louvre, Paris

Call me by your Name merita di essere visto perché contiene due delle cose migliori che si possano augurare a se stessi e agli altri nella vita. E se la catarsi è cosa vera (e chi siamo noi per contraddire Aristotele), si esce dal cinema pieni non solo nella vescica (grazie BYO!) ma anche nello spirito.

Il Desiderio. Cosa c’è di meglio – almeno narrativamente – del desiderio, come motore e tensione tra due persone? Non l’idillio di una coppia. Non la rimemorazione di uno che ha vissuto. Né il durante né il dopo di una storia, ma il prima. Questo prima è il desiderio, denso, agglutinato. Sono lo spazio e il tempo aggrovigliati, umiliati dall’impossibilità di raggiungere più velocemente (o di raggiungere tout court) la propria destinazione amorosa. Sono il dolore fisico e morale di quei metri di pavimento e di ossigeno che separano un soggetto dall’oggetto, mentre corpi e sguardi lottano per non lasciarne trapelare traccia fra le altre persone presenti. Nel film c’è tutto questo, e non solo è bello a vedersi (bellissimo, diciamolo, nel caso di Armie Hammer), ma è giusto.

La Bienveillance. C’è un discorso finale di un padre a un figlio, che da solo vale tutto il film. Non chiuderti dopo una sofferenza, gli dice. Non c’è cosa più triste e sbagliata di pensare, in virtù dell’Assoluto che hai appena terminato di vivere – nel bene o nel male che sia – che il mondo non avrà più nulla di attrettanto bello da offrirti. C’è sempre altro, e lascia che questo Altro possa trovarti. Rimani aperto. Conserva qualcosa da dare.

Dal romanzo di André Aciman, che ha ispirato il film:

“In your place, if there is pain, nurse it, and if there is a flame, don’t snuff it out, don’t be brutal with it. Withdrawal can be a terrible thing when it keeps us awake at night, and watching others forget us sooner than we’d want to be forgotten is no better. We rip out so much of ourselves to be cured of things faster than we should that we go bankrupt by the age of 30 and have less to offer each time we start with someone new. But to feel nothing so as not to feel anything what a waste!”

BYO, level: heart. <3


EDIT: 4 Oscar Nominations, 1 won! Told you so! ^_^

[Header image: Twenty20. "Call me by Your Name" movie poster (detail): IMDB]

8 risposte »

  1. Io sono scioccata, per diversi motivi!! 1. La bottiglia non si svita, MAI. 2. La possibilità di portarsi le bevande da cassa è fantastica 3. Tutti, ma proprio tutti, i calici rientrano integri al botteghino?
    Vivere in Australia deve essere pazzesco. Non lontana solo per le migliaia di Km ma per mentalità!!
    A presto,
    Alice

    • Qui svitano quasi tutto! Un giorno stavo facendo la volontaria in un chioschetto. Arriva un signore chiedendo una bibita. Prendo la bottiglietta di vetro e poi cerco in giro un apribottiglie, che ovviamente non c’è, faccio una serie di gesti maldestri e sguardi interrogativi per capire come fare, finché il tizio non mi fa segno che basta svitare, guardandomi come si guarderebbe un carlino. Me la sono cavata facendo la svampita appena venuta giù dall’Europa con la piena 😀
      La domanda n.3 me la pongo anch’io! Sembrerebbe di sì comunque! Però lasciano in sala tutte le cartacce e rifiuti di cibo, come gli americani, è abbastanza selvaggio a vedersi! A presto 😉

  2. BYO mi ricorda molto l’usanza che c’era una volta anche qui da noi, ma inversa: in osteria andavi a bere ma se volevi mangiare il cibo te lo dovevi portare da casa.
    Ogni volta che leggo un tuo post imparo sempre qualcosa di nuovo

    • Sono contenta! ^_^ Non sapevo di questa usanza “inversa”. E’ che un tempo si lucrava di meno, poi hanno imparato a farlo proprio su tutto! Vedi l’acqua di rubinetto non più pervenuta! Perciò questo BYO di quaggiù a volte mi stupisce 🙂 (e spero che non scoprano mai che possono far pagare anche l’acqua!)

  3. A Roma c’è il BYO per il cibo, soprattutto nelle osterie e nelle fraschette vecchio stile. Però la trovo un’idea geniale, alla fine pago comunque il biglietto! Anche a me CMBYN è piaciuto molto, il dialogo finale con il padre è stupendo!

    • Sì *_*
      Brava Roma!! Non lo sapevo prima di oggi! E’ davvero una buona idea, tranne nel caso in cui un locale vende i propri alcolici e permette anche il BYO… perché? Mah! 🙂
      Comunque restando ai cinema, qui mi è capitato di portarmi da bere e anche da mangiare e di banchettare durante un film, ma con discrezione! In America ho visto gente tirar fuori i sobrissimi TAGLIERI DI FORMAGGI °_°

  4. Non sapevo di questa usanza….pur avendo dei cugini Australiani….mi sembra una iniziativa buona…
    E il film non l’ho mai visto ma , da come l’hai racvontato,credo che tocchi fortemente i sentimenti…

    • Alla fine neanche a me sembra male, solo che i primissimi tempi leggevo la sigla B.Y.O. e non capivo 🙂 Il film ti conquista piano piano e alla fine ti lascia più che commosso!
      Grazie per essere passato 🙂

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