STRANGE AUSTRALIA

Sydney, un altro strappo alla vita – 2/2

[La prima parte è qui]

È domenica e a Bondi Beach ci vanno tutti, accodandosi per uno dei rari autobus (sempre con calma e rispetto, Italy non mi manchi!), con i loro asciugamani e tavole da surf con la custodia di marca.

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Poiché l’uva dell’autobus sembra troppa, da brave volpi io e A. la oltrepassiamo con fare smart e andiamo a piedi, che finché funzionano tanto vale usarli. E perché certi dettagli si notano solo da altezza suolo (come un wombat sui manifesti della pubblicità progresso pro-riciclo!).

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Un sobborgo già balneare, rallegrato da orgogliosi murales (niente a che vedere con i capolavori di Melbourne, comunque), chioschetti alimentari e ostelli, preannuncia LA spiaggia. La strada va giù, e in fondo a tutto quanto, il confine tra cielo e mare appare altissimo, come un’onda alla Interstellar che stia per arrivare a inghiottirsi tutto e anche noi.

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E finalmente avvicinandomi scopro cos’è l’oceano, quello vero, già intravisto dall’aereo: solo mare, mare e basta, che ti rapporta con l’intero pianeta e non solo con una sua parte. Che l’orizzonte è curvo l’avevo notato già da qualche parte in Europa, ma qui è diverso. Più grande, inclusivo. Come la corte di un’alternativa Roma che troneggiasse sull’oceano e piegasse tutti al suo volere.

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E capisco perché Bondi è detta la spiaggia democratica: c’è posto per tutti, che tu sia un surfista esperto con la muta o un cinesone tarocchissimo che vaga senza meta col carrello della spesa, un pensionato abbronzato che viene qui sin da bambino o la coppietta brasiliana in luna di miele. Lo spazio vitale qui è ancora per tutti, ed è bello trovare conferma del fatto che il concetto di “affollato” si fonda su una soglia diversa per gli italiani e gli australiani – meglio così per noi.

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Verso sud parte una generosa Coastal Walk, sotto un sole cocente ma non invalidante e un vento benevolo, che quasi quasi convince del fatto che sì, questo mondo è effettivamente stato creato per noi prima di tutto. Perché solo da quassù si rimirano così bene quelle onde larghe, smodate, tutti quegli azzurri, quei verdi, quei fiori in primo piano, quella roccia lavorata da una natura fruibile da pupille soprattutto umane e capace di suggerire che sì, c’è storia antica anche qui, altro che First Fleet. C’è un sentirsi perfettamente incastonati e luccicanti tra gli elementi, liberi e in risalto, come un brillante su un anello. È un momento a sé, di pura rilucenza dentro e fuori dal mondo, e perciò di quelli che rimarranno. Prendiamo l’autobus per il ritorno che il brillante ce l’abbiamo dentro.

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I Royal Botanic Gardens

Qui la gente normale va per rimirare la flora, io per trovare i cockatoo: so che a loro questo giardino del centro piace, e sogno il mio incontro ravvicinato. Ho persino sottratto una monoporzione di gustosi cereali Kellogg’s dall’hotel per portarla a loro (naturalmente quando adotterò uno di questi meravigliosi animali, il nostro rapporto si baserà sull’amore e non sulla gratificazione gustativa, ma oggi non c’è tempo).

All’omino dei souvenir chiedo, con la voce incerta della bambina che nello spot chiedeva un Happy Meal, per favore!!: “Scusi, dove posso trovare i cockatoo?”, per ricevere in risposta solo uno sguardo allarmato e una spiegazione rabbonitrice sul fatto che sai, loro volano, si spostano, quindi dipende! Dopo un po’ di giri con l’anima in pena, nel sentore che senza cockatoo mi metterò a sclerare come un Dustin Hoffman autistico, ne individuo finalmente uno stormo su un grosso eucalipto, intento a degustarne collettivamente le foglie.

Mentre io e A. li attiriamo lanciando in aria manciate di Kellogg’s, mi sento un po’ la signora dei piccioni di Mamma, ho perso l’aereo! e sorveglio che non ricompaia l’omino dei souvenir a intimarci di smettere di diffondere carboidrati nell’etere senza motivo apparente.

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Invece la nostra ostinazione viene premiata. Volano giù dall’albero tutti insieme, incuriositi, col becco tutto sporco di foglie verdi, educati, giocherelloni, e sempre vigili. Li nutriamo e ci lasciamo fare i dispetti, squagliati di appagamento, tra gli sguardi gelosi degli altri visitatori sprovvisti di cibo e quindi di uccelli. A. se ne ritrova uno sulla spalla e sorride beato folgorato d’amore come San Paolo sulla via di Damasco. Se c’è un paradiso, è dove siamo io, lui e i cockatoo. Check. E ora, risolta la priorità, un incontro ancora più intimo:

L’Opera House

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Il complesso di vele che mi sorge davanti non è certamente lo stesso ammasso di lucine bianche sbiadite che scorgevo la sera prima da lontano. Oggi davanti ai miei occhi c’è un grumo di spettacolo tutto ammantato di mattonelle, un bocciolo, un fuoco d’artificio, una tribù cangiante. Come ti muovi, si muove con te e ti segue, sempre uguale e diverso, grandiloquente e ineffabile, lui che un tempo non c’era e adesso durerà più di te. Gli giro intorno da ogni lato cercando di scoprirne la falla, ma la falla non c’è, come in ogni perfetta irregolarità. Prima è tutto attaccato, poi ti sposti e lui pure, si separa, si sfalda, si schiude, poi torna unito.

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Ci torno e ci ritorno anche il giorno dopo, da terra e da mare, per cercare di comprenderlo, di memorizzarne le direzioni, di scomporlo e ricomporlo, e mentre quasi piango per la commozione penso sorridendo “f******, sei riuscita ancora a sorprendermi”. E metto una crocetta in più non solo sulla mia bucket list mentale, ma soprattutto su questa vita, su ricordi che credevo inarrivabili mentre se ne creano di nuovi. Perché anche di questo meraviglioso coaugulo di vele posso dire: fluctuat nec mergitur. Bevo vino seduta lì sotto a testa in su, con queste valve di qua e il ponte di là, sole e nubi sulla testa, ed è uno di quei momenti in cui un futuro c’è di nuovo, perché sono felice, perché c’è tutto quello che ci deve essere e più del previsto, e perché il benessere non è là nelle vele, ma in me.

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Subito prima di andare via, a coronare quest’attimo strappato, l’inevitabile monito(r): un gabbiano me la fa addosso. “Plic!”.

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10 risposte »

  1. Ci sono cose che mi piace fare, come il viaggiare o il leggere ed entrambe sono limitate dal tempo della vita che comunque non vorrei eterna.Probabilmente non metterò mai piede nemmeno nella metà dei posti in cui vorrei andare ma, ecco, per fortuna uno poi legge post così e tutto sommato è un po’ come esserci stato!

      • Sorrido pensando al fatto che nel tuo mai dire mai ci sia la remota possibilità che io sia eterno! 😀
        Ps proprio oggi riflettevo su una cosa, magari prima o poi ci farò un post…ed era il fatto che spesso incontro blog che mi piacciono, li leggo, a volte loro fanno altrettanto con me e poi…puff…di colpo spariscono! Ecco…se il commento ti invoglia a continuare…continua pure! 😛

        • Un po’ ci sta, nel senso che questi blog sono solo una parte di un’esistenza, ci sono mille motivi per cui uno a un certo punto decide di tenersene un po’ lontano (non ho esperienza personale, avendo iniziato qui da molto poco ed essendomi guardata in giro ancora troppo poco per ora, quindi ti credo sulla parola :)). Quanto a me, finché la ragione sarà soprattutto terapeutica continuerò 🙂 Per ora è tutto molto interessante, ci sono dinamiche nuove qui 🙂

        • Guarda, il tema mi è assai caro e ancor più in questi giorni… Il mio cinismo ti direbbe “mai affezionarti”, e la mia sensibilità “sarà stato bellissimo anche così, finché è durato”. La verità starà nel mezzo? 🙂

        • Spesso è proprio li che sta! Ma che dire…sono fatto così però so anche che non ci posso far nulla!☺

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